Nel bouquet di ‘fiori misti’ di Sanremo dedicato a Pippo Baudo ci sono (tante) ballate ma anche brani rap e dance. Non mancano i ritmi latini, il folk, l’indie. C’è pure il country e un po’ di rock. Varietà di stili e arrangiamenti. La tradizione sanremese (l’amore) monopolizza invece i testi. Anche se non mancano incursioni nell’attualità. Si affaccia, ad esempio, il dramma di Gaza. E la satira sui difetti del Belpaese. Fino agli allagamenti in Liguria e in Emilia, al G8 e alla discesa in campo di Silvio Berlusconi. Sul palco dell’Ariston nessun monologo. Spazio alle canzoni. Perché ‘Sanremo è Sanremo’. “Speriamo che possa piacere a tante sfaccettature diverse del pubblico”, auspica Carlo Conti in veste di direttore artistico (“il compito più difficile”) in occasione del pre ascolto per la stampa dei 30 brani in gara all’Ariston. Collante del mix di generi musicali rimane il classico ‘amore’. Declinato in tante sfaccettature: romanticismo, introspezione, favola ma anche ossessione. Non sono frequenti i riferimenti alla cronaca. Ma ecco le 30 canzoni dei big in ordine d’ascolto. 

I Romantici di Tommaso Paradiso, ballata cinematografica con un tocco di malinconia per il corteggiatissimo cantautore (il suo è un debutto) cresciuto nel quartiere Prati. Racconta la prima volta da papà nella speranza che la figlia sia “bellissima” come la madre.

Con Animali notturni di Malika Ayane si balla in chiave revival. Un omaggio a un mondo spesso invisibile intonato dalla ‘piccola’ Calimera partita con le Voci Bianche della Scala. “La strada è una giungla, puntiamo alla luna come animali notturni”.

In Tu mi piaci tanto di Sayf, chitarra folk e testo impegnato per l’artista nato a Genova da una famiglia italo-tunisina. “Tu figlio di un muratore. L’Emilia che si allaga e la Liguria pure”. Poi: “Ho fatto una canzonetta è un fiore su una camionetta”. E un riferimento alla discesa in campo di Berlusconi: “L’Italia è il Paese che amo”.

In Opera, archi e pianoforte classico per Patty Pravo in questa ballad poetica. “Cantami ancora il presente. Nella vanità, io sono la Musa. Colore tagliente e poi Opera, l’Opera”.

Labirinto di Luchè è un beat metafora dei pensieri ossessivi legati a una situazione tossica. “Potevamo rimanere in contatto e invece niente siamo polvere sui mobili in una casa vuota”.

Le cose che non sai di me di Mara Sattei è una ballata romantica a prova di orchestra che strizza l’occhio ai romani. “E Trastevere inizia a dipingere sopra tutte le case di quel rosa chiaro zucchero filato”.

Il meglio di me di Francesco Renga ha una melodia classica che poggia sull’estensione vocale di un grande veterano del festival. “Ma a volte capita che sorride anche una lacrima”.

Ritmo martellante, testo affilato e ironico per Che fastidio! di Ditonellapiaga. Si balla ma il cervello rimane attivo. “La moda di Milano che fastidio, lo snob romano che fastidio, il sogno americano che fastidio e il politico italiano che fastidio”. E se la prende pure con i giornalisti “perbenisti”. Applausi in sala.

Naturale di Leo Gassmann è una canzone d’amore nel solco sanremese. “La felpa con il nero dell’eyeliner tu che sei più bella al naturale. A Roma ad agosto sembra l’Antartide”.

Mani alzate in sala per un tormentone a ritmo sincopato come Per sempre sì di Sal Da Vinci, perché “un amore non è amore per la vita se non ha affrontato la più ripida salita”.

In Sei tu, Levante scrive testo e musica e racconta le sensazioni fisiche di un corpo innamorato. “Cerco la mia postura, divento la paura, la voce non mi trova”.

Uomo che cade del rapper bolognese Tredici Pietro che non sfoggia gioielli (è il figlio di Gianni Morandi) non usa iperboli superflue. Racconta di cadute e risalite tra hip hop e cantautoriato. “Chiudimi la porta in faccia se rivedermi piangere un po’ ti rilassa”.

Voce intensa e pianoforte calibrato sull’arrangiamento orchestrale in Ogni volta che non so volare di Enrico Nigiotti. Una ballad audace senza ritornello. “Tardi che non è più solo notte ma anche un po’ mattina. Tardi che non mi addormento chiudo gli occhi appena”.

Ossessione di Samuray Jay è un rap misto a reggaeton. Con sorpresa nel finale. La voce di Belen che dice: “Stiamo correndo troppo, facciamolo lento”.

Qui con me di Serena Brancale è un canto d’amore dedicato alla madre (venezuelana e musicista) scomparsa. Nel segno di Giorgia. “E se ti portassi via da quelle stelle per cancellare il tuo addio sulla mia pelle”.

Magica favola di Arisa è una ballata schietta e un po’ nostalgica. “A 10 anni insieme alle mie bambole giocavo con l’amore. A 14 anni il primo bacio nelle mani avevo un fiore”.

Introspezione e auto analisi in Prima che di Nyat. Rap con metronomo. E versi che combaciano come in un sudoku. “Prima di essere scontato o di essere scordato prima di essere qualcuno che vuole essere ascoltato”.

Ai Ai di Dargen D’Amico in chiave leggera affronta temi d’attualità. Il titolo gioca sull’intelligenza artificiale che però non è il baricentro del brano. E cita Carlos Raposo, il calciatore che ottenne una serie di contratti con le più importanti squadre brasiliane, senza però scendere mai in campo.

Ora per sempre di Raf è una ballad “molto autobiografica” che racconta “la storia di un amore nato alla fine degli anni ‘80”. “Non avevamo molte probabilità ma siamo ancora qua”.

Poesie clandestine di LDA e AKA 7even descrive un amore viscerale e una “Napoli sotterranea”.

Con Resta con me debuttano al Festival le Bambole di pezza, le musiciste definite da  Conti “il rock al femminile” determinate a portare un po’ di “girl power”. “Resta con me in questi tempi di odio”.

In Stupida sfortuna di Fulminacci la penna è leggera. Testo fresco e sagace per il talentuoso cantautore romano. “Vado di corsa e resto indietro e soffia il vento della metro”.

Stella Stellina di Ermal Meta racconta la storia di una bimba palestinese morta in un bombardamento a Gaza. Nel brano si sente l’oud, antico strumento persiano e arabo. “Non ti ho dimenticato. Aspetto il tuo ritorno. Come le farfalle hai vissuto solo un giorno”.

“E allora viva viva viva la Carrà“ è un passaggio del brano dance Voilà di Elettra Lamborghini.

In Ti penso sempre Chiello, cantautore di Venosa, descrive l’agonia di un amore di cui non è rimasto niente. “Solo una scheggia di noi due”.

Avvoltoi di Eddie Brock parla di “un amore struggente e della capacità di riconoscerlo”. E punta a replicare nelle classifiche il successo di Non è mica te. “È più facile per te farti spogliare che spogliarti il cuore”.

Con La felicità e basta pop elettronico sulla scia del messaggio “baby, facciamo insieme una rapina per riprenderci tutta la nostra vita” per Maria Antonietta e Colombre.

In Male necessario la metrica del rap insieme alla ballata italiana danno forma a un dialogo tra due uomini, Fedez e Marco Masini che hanno imparato a trasformare le cicatrici in canzoni. “Come un latitante a un passo dall’arresto ora non ho più bisogno di scappare”.

Prima o poi, il brano di Michele Bravi, racconta quelle persone che, almeno una volta nella vita, si sono sentite inadeguate e fuori posto. “E ti vorrei citofonare ma non so più il tuo nome”.

I difetti di un’Italia alla “canna del gas” in Italia starter pack di J-Ax. “Sto Paese lo capisci da un cantiere, cinque dicono che fare, uno solo che lo fa...”.