La prima riunione dell’anno della Reserve Bank arriva in un momento in cui l’economia australiana sta cercando un equilibrio tra due esigenze in continua tensione: riportare l’inflazione su un sentiero più accettabile e, nello stesso tempo, evitare che un eventuale e, a questo punto, sempre più probabile ritocco al rialzo possa ricadere in modo troppo impattante sulle famiglie esposte al debito.
Il punto di partenza è semplice: il costo della vita resta la variabile più decisiva per gli australiani proprio perché è la più immediata per i bilanci domestici. Affitti, energia e generi alimentari continuano a incidere in modo persistente. Anche in presenza di indicatori macroeconomici che descrivono un quadro complessivamente solido (occupazione relativamente elevata e crescita non recessiva), l’esperienza quotidiana di molte famiglie è quella di un potere d’acquisto troppo compresso.
Questo scarto tra “economia aggregata” e “economia percepita” è il terreno su cui si muovono sia la banca centrale sia il governo.
Per la Reserve Bank, l’opzione di un rialzo comporta inevitabili conseguenze. Da un lato, segnalerebbe determinazione nel fronteggiare pressioni inflazionistiche che non si sono riassorbite come previsto. Dall’altro, aggraverebbe il carico finanziario per chi ha mutui a tasso variabile o deve rifinanziare a condizioni peggiori. Un eventuale aumento, inoltre, avrebbe anche un valore dal punto di vista dell’impatto comunicativo: riconoscere che la lotta all’inflazione è meno lineare e che i rischi di un rialzo, pur con una curva non necessariamente costante verso l’alto, non sono trascurabili. In alternativa, tenere fermi i tassi, così come ha fatto la scorsa settimana la Fed statunitense, potrebbe essere letta come scelta di attendismo, che non sempre, però, ha pagato nell’obiettivo di vedere l’inflazione tornare alla soglia obiettivo del 2-3%; la banca centrale dovrebbe allora motivare con precisione perché ritiene che l’inflazione rientrerà senza ulteriore restrizione monetaria, e quali evidenze sostengono questa valutazione.
In questo quadro si inseriscono, inevitabilmente, le scelte di politica fiscale del governo. Negli ultimi anni, sono state privilegiate misure di sostegno per attenuare l’impatto del costo della vita. È una scelta comprensibile sul piano sociale e, spesso, inevitabile sul piano politico. Tuttavia, gli effetti macroeconomici dipendono dalla composizione della spesa: aiuti mirati su fasce vulnerabili e interventi temporanei non hanno lo stesso impatto di trasferimenti ampi e ripetuti che sostengono la domanda in modo generalizzato. In un contesto di vincoli dal lato dell’offerta, con colli di bottiglia in settori come quello abitativo e alcuni servizi essenziali, una politica fiscale espansiva rischia di rendere più difficile il lavoro della banca centrale, perché alimenta la domanda mentre l’offerta fatica ad aumentare con la stessa velocità.
C’è poi un punto tecnico, ma politicamente rilevante: l’inflazione può generare un aumento delle entrate tributarie attraverso la progressività dell’imposta sul reddito, se le soglie non vengono adeguate. È un meccanismo che tende ad aumentare il gettito senza decisioni esplicite, e che può risultare particolarmente pesante per chi vede crescere il salario nominale senza un corrispondente aumento reale del potere d’acquisto. In pratica, mentre i prezzi salgono, una quota più ampia del reddito finisce in scaglioni più alti, e la pressione fiscale media può aumentare anche in assenza di “nuove tasse” formalmente introdotte. Questo fenomeno aiuta il bilancio pubblico a breve, ma può accentuare la sensazione di perdita di benessere, soprattutto tra i lavoratori più giovani e nelle famiglie in affitto o con mutuo.
Il tema, di cui abbiamo parlato spesso, che collega costo del denaro, bilancio pubblico e crescente impatto del costo della vita è la produttività. Se la produttività ristagna, la crescita dei salari reali diventa difficile. E se i salari reali non crescono, qualsiasi aumento dei prezzi dei beni essenziali (energia, affitti, alimentari) produce un impatto sociale più netto. Negli ultimi anni, la produttività è tornata frequentemente nel dibattito pubblico, ma più spesso come formula generica che come progettualità e visione. La questione, invece, è decisamente molto concreta e non è un mero dibattito accademico. Investimenti privati e pubblici, formazione, capacità di attrarre competenze, infrastrutture efficienti, concorrenza nei settori protetti, tempi e costi della burocrazia, sono tutte leve che incidono sulla capacità del sistema economico di produrre di più a parità di risorse. Senza un miglioramento su questi fronti, la politica economica rischia di restare intrappolata in una sequenza ciclica di misure tampone: aiuti per compensare prezzi alti, tassi più alti per contenere l’inflazione, e nuove richieste di sostegno per attenuare l’effetto dei tassi.
La questione abitativa merita un inciso perché è insieme causa e amplificatore. Se l’offerta di case cresce lentamente rispetto alla domanda, gli affitti restano sotto pressione e l’inflazione dei servizi abitativi tende a persistere. Per molte famiglie, soprattutto nelle città più popolose d’Australia, le due capitali più grandi, e nelle aree ad alta crescita, la casa è diventata la principale voce di spesa. In queste condizioni, l’aumento dei tassi colpisce due volte: da un lato sui mutui, dall’altro indirettamente sulla dinamica degli affitti, se l’offerta rimane rigida. È uno dei motivi per cui l’agenda sulla produttività e quella sull’immobiliare non possono essere trattate come capitoli separati.
Sul piano prettamente politico, la situazione di questo inizio di anno di lavori parlamentari presenta un elemento peculiare: l’opposizione fatica a sfruttare il tema economico, per la verità in questo momento sembra che faccia fatica a sfruttare ogni tema in agenda, pur essendo, quello economico, quello che tradizionalmente premia chi riesce a presentare un’alternativa credibile. Il Partito liberale, con una leadership sotto pressione ed estenuanti discussioni interne di cambio ai vertici, non sta riuscendo a offrire alcun argomento sostanziale praticamente su nessuno dei temi del momento. L’instabilità attorno alla posizione di Sussan Ley, e più in generale il clima di incertezza nel partito, riduce la capacità dell’opposizione di tenere alta l’attenzione sulle scelte di spesa del governo, sulle priorità di bilancio e, in generale, sulla coerenza complessiva della strategia economica del governo Albanese.
Questo non implica che il governo non sia esposto a valutazioni critiche, anzi, come abbiamo ripetuto spesso in queste colonne, un governo che non subisca uno scrutinio costante da parte dell’opposizione non è indice di una democrazia compiuta e sana. Il punto è proprio questo, nell’attuale contesto di debole opposizione, la critica non si trasforma automaticamente in vantaggio politico se non è accompagnata da una proposta alternativa che tenga insieme tre elementi: disciplina fiscale credibile, misure efficaci sul lato dell’offerta (produttività, housing, servizi) e protezione mirata dei soggetti più vulnerabili. L’elettore medio, oggi, sembra meno interessato a un dibattito ideologico su “più Stato” o “meno Stato” e più interessato a risultati misurabili: bollette, spesa alimentare, affitto o mutuo, servizi pubblici accessibili. Senza una piattaforma che parli direttamente a queste variabili, l’opposizione rischia di rimanere spettatrice, mentre lo spazio del dissenso si frammenta verso forze di protesta.
In sintesi, la decisione della RBA di domani non sarà solo una scelta che riguarda la politica monetaria della banca centrale. Può essere letta anche come una sorta di prova generale di un coordinamento complessivo delle politiche economiche che, ad oggi, ancora non ha dato i risultati sperati. Se l’inflazione resta più elevata del previsto, il punto non è soltanto se alzare o meno i tassi, ma come ridurre le pressioni sui prezzi senza comprimere ulteriormente gli standard di vita. Questo richiede una combinazione tanto complessa quanto necessaria: prudenza fiscale, interventi sul lato dell’offerta, e un’agenda credibile sulla produttività.
A prescindere da cosa deciderà domani la Reserve Bank, il nodo di fondo rimane: abbiamo bisogno di uscire dalla logica emergenziale del “costo della vita” come serie di misure temporanee, e di rientrare in una programmazione di lungo termine che renda più semplice produrre, costruire, investire e lavorare con maggiore valore aggiunto. In questo senso, la decisione sui tassi lancia un segnale: la politica economica, nel suo insieme, è la vera sostanza.