CANBERRA - Si riaccende il confronto politico sul possibile rientro in Australia di un gruppo di 34 donne e minori legati a ex combattenti dello Stato Islamico, trattenuti da anni in un campo nel nord-est della Siria.
L’opposizione accusa il governo di adottare un approccio troppo cauto e chiede un inasprimento delle norme per impedire il loro ritorno.
Del gruppo, una persona è stata raggiunta da un ordine di esclusione temporanea che ne vieta l’ingresso per due anni. Gli altri, in quanto cittadini australiani, hanno ottenuto o possono ottenere il passaporto. Il governo federale ha escluso qualsiasi iniziativa attiva per il rimpatrio, ribadendo però che non può negare documenti di viaggio ai cittadini che ne hanno diritto.
Il portavoce dell’opposizione per gli Interni, Jonathon Duniam, sostiene che le misure adottate in passato non siano sufficienti per gestire la situazione attuale. Nel 2019 il governo di Coalizione rimpatriò otto minori orfani dalla Siria; nel 2022 furono riportate in Australia quattro donne e undici minori. In alcuni casi, ha ricordato Duniam, le sanzioni giudiziarie si sono concluse con obblighi di buona condotta per periodi limitati.
“Un approccio ‘softly, softly’ non è nell’interesse nazionale”, ha dichiarato il senatore. “Parliamo di persone che sono andate in Siria per sostenere un culto della morte. Un semplice good-behaviour bond non mi sembra una risposta forte né una garanzia per la sicurezza pubblica”.
La Coalizione propone di rafforzare la legislazione per limitare l’accesso ai passaporti o ampliare l’uso degli ordini di esclusione temporanea e ha richiesto una misura volta a criminalizzare chiunque offra privatemente aiuto alle spose dell’ISIS al fine di agevolarne il rientro in Australia. Al momento, tuttavia, non risultano ulteriori provvedimenti di questo tipo in fase di emissione.
Il ministro degli Interni Tony Burke ha difeso la linea del governo, affermando che le agenzie di intelligence seguono da tempo i singoli individui e ne conoscono profili e orientamenti ideologici. “Sappiamo chi sono, conosciamo il loro stato mentale e le loro posizioni - ha detto -. Le nostre agenzie li tengono sotto osservazione da molto tempo”.
Il nodo resta politico e giuridico: da un lato la sicurezza nazionale, dall’altro i diritti legati alla cittadinanza. Con il conflitto siriano formalmente concluso ma con l’intera area ancora instabile, la questione dei detenuti stranieri nei campi del nord-est continua a dividere governi e opinione pubblica. In Australia, il confronto è destinato a proseguire nelle prossime settimane.