Sono passati sei anni dal primo lockdown. Un tempo sufficiente perché l’emergenza diventi memoria, e la memoria inizi a trasformarsi in racconto. Abbastanza lontano da non vivere più nella paura, abbastanza vicino da non poter fingere che sia stato solo un incidente. È da questa distanza che 28 Days Later appare oggi come qualcosa di diverso da un semplice film post-apocalittico: non una profezia, ma uno specchio. Nel 2002, la Londra deserta di Danny Boyle sembrava un esercizio di stile disturbante. Dopo il 2020, quelle immagini hanno assunto un peso nuovo. Non perché la pandemia di Covid-19 abbia portato al collasso della civiltà, ma perché ha mostrato, per la prima volta su scala globale, quanto sia sottile il confine tra normalità e sospensione. La domanda che molti si sono posti, allora come oggi, è rimasta in sospeso: se la pandemia non fosse stata debellata, se si fosse trascinata per anni senza una via d’uscita chiara, quanto lontani saremmo stati da un mondo simile a quello immaginato dal cinema apocalittico?

L’apocalisse che non è mai arrivata

Guardando indietro, sei anni dopo, una cosa è evidente: non siamo entrati in un’era post-apocalittica. Le città non sono state abbandonate, le istituzioni non sono crollate, la società non si è dissolta in comunità di sopravvissuti. Il Covid-19 non ha avuto la violenza immediata e trasformativa del virus della ‘rabbia’ di 28 Days Later. Eppure, ridurre tutto a un “non è successo niente” sarebbe un errore speculare all’allarmismo. La pandemia non ha prodotto una fine spettacolare, ma ha introdotto qualcosa di più sottile: la possibilità concreta che il mondo potesse fermarsi. E questa possibilità, una volta mostrata, non può essere dimenticata. Se la pandemia non fosse stata contenuta, il rischio non era quello di un’esplosione sociale improvvisa, ma di una normalità degradante, fatta di emergenze croniche, fiducia erosa, relazioni ridotte. Non il giorno dopo la fine del mondo, ma un eterno “durante”.

La città vuota come trauma collettivo

L’immagine simbolo di 28 Days Later non è il mostro, ma la città vuota. Una Londra iconica privata della sua funzione primaria: essere abitata. Durante il primo lockdown, molte città reali hanno assunto lo stesso volto. Per la prima volta nella storia contemporanea, l’assenza umana è diventata un’esperienza condivisa. A distanza di sei anni, possiamo riconoscere quanto quell’esperienza sia stata traumatica. Le città moderne sono costruite sull’idea del flusso continuo: persone, merci, informazioni. Quando il flusso si interrompe, la città smette di sembrare eterna e appare per quello che è: una struttura fragile, dipendente dalla presenza umana. Quelle immagini (strade deserte, piazze silenziose, aeroporti immobili) hanno inciso più di qualsiasi statistica. Hanno reso visibile l’impensabile: un mondo che funziona tecnicamente, ma senza vita.

La paura come condizione permanente

Uno degli aspetti più inquietanti del parallelismo tra cinema e realtà non riguarda il virus, ma la psicologia. In 28 Days Later, il contagio trasforma ogni incontro in una minaccia. Durante la pandemia reale, abbiamo sperimentato una versione attenuata ma profondamente destabilizzante dello stesso meccanismo: il corpo dell’altro come rischio, la vicinanza come problema, la socialità come qualcosa da regolare. Sei anni dopo, è chiaro che il pericolo maggiore non era la paura in sé, ma la sua istituzionalizzazione. In uno scenario pandemico non risolto, la paura avrebbe potuto diventare un elemento strutturale della vita quotidiana: non panico, ma cautela permanente; non emergenza, ma gestione. Questa è una differenza cruciale rispetto alle apocalissi cinematografiche. Lì il nemico è visibile e circoscritto. Qui è diffuso, invisibile, banale. Non si combatte: si evita. E nel tempo, l’evitamento erode ciò che rende una società tale.

Emergenza e potere: la tentazione della durata

A sei anni di distanza, possiamo anche osservare con maggiore lucidità il rapporto tra pandemia e potere. Il Covid-19 non ha generato dittature evidenti, ma ha mostrato quanto facilmente le società democratiche accettino limitazioni prolungate in nome della sicurezza. In uno scenario pandemico senza fine, il rischio non sarebbe stato l’autoritarismo brutale, ma quello che potremmo chiamare un autoritarismo funzionale: misure temporanee che diventano permanenti, controlli giustificati dall’efficienza, diritti sospesi senza una data di ritorno. Non il collasso dello Stato, come nel cinema, ma il suo irrigidimento. Un mondo che continua a funzionare, ma in modalità ridotta. È in questo contesto che va letto il fascino quasi ossessivo per le rovine contemporanee. Chernobyl, Pripyat, le città abbandonate, le metropoli svuotate dalla finzione o dalla realtà. Non ci attraggono perché parlano del passato, ma perché sembrano anticipazioni del futuro. Chernobyl è una rovina moderna, non antica. Non racconta la caduta di una civiltà lontana, ma l’interruzione improvvisa di una vita quotidiana riconoscibile. La natura che riconquista quegli spazi non appare ostile, ma indifferente. Ed è proprio questa indifferenza a inquietare: il mondo non ha bisogno di noi per continuare. La Londra di 28 Days Later funziona allo stesso modo. Non è distrutta, è semplicemente svuotata. È una rovina senza macerie, e forse proprio per questo più perturbante. Mostra non cosa succede dopo l’uomo, ma cosa succede quando l’uomo si ritira.

Sei anni dopo, cosa resta

A distanza di sei anni dal primo lockdown, possiamo dirlo con maggiore chiarezza: la pandemia non ci ha portati sull’orlo dell’apocalisse, ma ci ha costretti a immaginarla come possibilità reale. E una possibilità, una volta pensata, cambia per sempre il modo in cui guardiamo il mondo. Il vero insegnamento non è che tutto può finire all’improvviso, ma che può anche non finire mai, e peggiorare lentamente. Forse è questo che rende le rovine così affascinanti: perché, nella loro immobilità, offrono una fine chiara, un silenzio definitivo. La pandemia, invece, ci ha lasciati in una zona grigia. E sei anni dopo, ciò che resta non è la paura, ma la consapevolezza che il mondo non è garantito.