In un’incantevole distesa collinare, incastonata fra pregiati vigneti e folti oliveti, la valle del Calore si apre in paesaggi che si distendono a perdita d’occhio. Siamo nel cuore del Sannio beneventano, una ridente località dell’entroterra campano dove il tempo, almeno fino a qualche decennio fa, sembrava avere un passo diverso. Qui sorge Guardia Sanframondi, piccolo e grazioso borgo attraversato da tortuose stradine, teatro di una quotidianità contadina che oggi sopravvive soprattutto nella memoria.

Fino agli anni Cinquanta, al calare della sera, i contadini vi facevano ritorno dai campi con il volto segnato dalla fatica e le mani sporche di terra, trainando un asinello carico di legna, un po’ di frutta e qualche ortaggio. I bambini gli andavano incontro sorridenti, stringendo mazzetti di margherite raccolti dalle sorelle maggiori, mentre dalle cucine arrivava il profumo della cena. È questa la cornice, a tratti bucolica e mai scontata, che fa da sfondo a 6 Bicchieri, il racconto memoriale e antropologico di Raffaele Di Santo.

Classe 1949, laurea in filosofia, una lunga carriera nell’insegnamento di italiano e storia alle spalle, Di Santo ha il cuore diviso fra l’Italia e l’Australia. Nel libro, pubblicato nel 2022, riporta nella narrazione ricordi personali, ritmi, usanze e tradizioni popolari di un mondo contadino ormai scomparso. Ne emerge una fotografia nitida dell’Italia rurale a cavallo fra gli anni Cinquanta e Settanta, alla vigilia del boom economico e dello spopolamento delle campagne, quando l’arrivo delle prime motozappe e degli aratri meccanici segna una frattura irreversibile.

La trasformazione non è solo economica, ma anche sociale e culturale: una rivoluzione silenziosa che ha cambiato il volto del Belpaese, cancellando una civiltà contadina di cui oggi permangono solo pallide tracce. Di Santo la racconta pagina dopo pagina, attraverso un espediente narrativo semplice e insieme suggestivo: sei bicchieri, uno per ciascun capitolo. Un pretesto per fingersi un po’ ubriaco e dare voce a personaggi reali e inventati, a modi di dire, cantilene, favole e racconti orali di un tempo. “Il vino, dalle mie parti, la fa da padrone. 

Vuole essere il filo conduttore di tutto quello che dico. Certe cose, appunto per questo, sembrano strampalate – spiega l’autore –. Scrivendo ho cercato di fingermi ubriaco: ho voluto imitare cose vissute da bambino, quando gli anziani raccontavano storie e portavano addosso il profumo delle cantine”.

L’origine del libro affonda anche in un percorso di studio. “Il professore di Antropologia culturale Giovanni De Vita, dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, frequenta da alcuni anni Guardia Sanframondi per studiare i riti religiosi che si svolgono ogni sette anni”, racconta Di Santo. “Si sono creati vari gruppi di studio sugli aspetti economici, sociali e religiosi della mia comunità. Entrai a far parte di uno di questi con un piccolo saggio sull’attività agricola degli anni Sessanta. Durante il periodo della Covid-19 decisi di allungare lo scritto e ne venne un lavoro dieci volte più lungo”.

Nel libro c’è la rievocazione di un mondo che non c’è più: testimonianza diretta è la vita dei nonni, in parte vissuta in prima persona e in parte ascoltata attorno al focolare, nelle sere dopo cena passate tutti insieme. “Racconti che ci hanno fatto vivere più vite”, scrive Di Santo nelle prime pagine. È un tempo dilatato, che segue i ritmi della natura. Le immagini scorrono con uno slancio irresistibile: i canti che si diffondono da un campo all’altro, le risa delle sere d’estate con il vicinato, il suono delle campane, il riposo all’ombra di un albero sul ciglio della strada, le cicale su “tronchi baciati dal sole”. Ci sono le storie di paese, c’è la misteriosa cristalliera della nonna nella sala da pranzo – oggetto quasi mistico per i nipoti. C’è la fatica e la soddisfazione della raccolta.

Eppure, tra le righe, si avverte una patina di malinconia, quella che accompagna la fine delle cose e il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Gelsomina, l’asina del nonno paterno, personaggio toccante e centrale, a un certo punto viene venduta e sostituita dall’Ape Piaggio. Il tempo per tornare a casa dai campi si dimezza, così come la fatica con l’arrivo delle macchine agricole. Si guadagna in velocità, ma la sensazione è che si perda anche qualcosa lungo la strada.

Di Santo non indulge però in facili nostalgie. “Più che di riflessione critica, direi che si tratti di una pacata constatazione o rassegnazione”, osserva parlando del confronto con la vita frenetica di oggi. E confessa che il timore di perdere definitivamente quel mondo lo ha spinto a scrivere, “per fissare ciò che gli sta a cuore”. Alla fine, il brindisi ideale è affidato a una vecchietta, Alandra Satta, personaggio simbolico e ironico, portatrice di un messaggio ecologico e popolare: “Ecco, mi piacerebbe brindare con lei e farci raccontare, bicchiere alla mano, le sue stupende storie”.