I tre marinai che erano a bordo del sommergibile che ha affondato una nave da guerra iraniana la scorsa settimana non erano attivamente coinvolti nell’operazione al largo dello Sri Lanka, ha precisato il primo ministro Anthony Albanese. Chissà cosa stavano facendo, in quel preciso momento, all’interno di un sottomarino per potersi chiamare fuori da una missione di guerra.
Occasionali passeggeri, forzati osservatori, coinvolti senza volerlo e senza saperlo fino all’ultimo momento in un attacco che molti hanno descritto come da “Seconda guerra mondiale”: periscopio, siluro, esplosione e affondamento della fregata Dena. Dal ministero della Guerra Usa sono subito arrivati toni entusiastici, degni del suo nome: “Nell’Oceano Indiano una nave nemica che si riteneva al sicuro in acque internazionali è stata invece affondata da un siluro, la morte silenziosa…”.
Tre australiani in guerra “per caso”. Ma ora non più. L’Australia, rispondendo alle richieste anticipate domenica scorsa in un’intervista televisiva dal ministro degli Esteri Penny Wong, ha inviato a proteggere i Paesi del Golfo attaccati dall’Iran un aereo della RAAF, un E-7A Wedgetail con 85 militari a bordo.
È la stessa risposta adottata un anno fa, quando un velivolo identico fu inviato in aiuto dell’Ucraina nella guerra contro la Russia. In quell’occasione l’aereo venne impiegato 45 volte, partendo sempre dalla Polonia, nell’arco di tre mesi, soprattutto in missioni di ricognizione e di protezione dello spazio aereo nelle zone di sorveglianza assegnate.
Le forze australiane entreranno in azione nel Golfo nel fine settimana. Per ora la missione a difesa dei Paesi colpiti dalla reazione di Teheran ai bombardamenti americani e israeliani dovrebbe durare quattro settimane. Canberra metterà inoltre a disposizione degli Emirati Arabi Uniti un numero ancora imprecisato di missili aria-aria a medio raggio.
“Non siamo in guerra”, ha assicurato il primo ministro. Ma “è priorità del mio governo garantire la massima sicurezza agli australiani. Ce ne sono circa 115mila nel Medio Oriente e circa 24mila negli Emirati”. “È nostro dovere quindi aiutare gli EAU (UAE in inglese) e le altre nazioni del Golfo a difendere se stesse” (articolo a p.12).
Non sono dello stesso avviso i verdi, che hanno attaccato la decisione del governo accusandolo di essersi messo ancora una volta al servizio degli Stati Uniti. L’opposizione appare invece più in linea con la scelta, pur chiedendo maggiori informazioni su un’operazione militare ormai già avviata.
Siamo in guerra? Se lo stanno chiedendo in molti. La domanda è legittima e la risposta, in realtà, è piuttosto semplice: legalmente sì, siamo in guerra. Non è certo quello che volevano sentirsi dire né il primo ministro, quando ha ufficializzato l’invio del Wedgetail e del contingente australiano, né Penny Wong quando è stata intervistata – ancora una volta dall’ABC, questa volta alla radio.
Il capo del governo ha sottolineato che “le risorse militari australiane non intraprenderanno alcuna azione offensiva contro l’Iran”. “Non siamo protagonisti. Quello che stiamo facendo è fornire difesa agli Emirati Arabi Uniti e ai cittadini australiani”.
Parole ripetute quasi identiche dalla portavoce degli Esteri: “Non stiamo intraprendendo azioni offensive contro l’Iran e siamo stati molto chiari nel dire che non stiamo dispiegando truppe australiane sul terreno in Iran. La distinzione tra difesa e attacco non è priva di significato. L’aereo Wedgetail che stiamo inviando non è un bombardiere né un caccia. Il suo compito è raccogliere intelligence e svolgere ricognizione, non lanciare missili su Teheran”.
Anche i missili aria-aria destinati agli Emirati, ha aggiunto Wong, serviranno solo a intercettare droni e missili iraniani in arrivo e non faranno parte di operazioni offensive contro il regime.
Niente guerra al fianco di Stati Uniti e Israele, hanno continuato a ripetere Albanese e Wong, con il sostegno del ministro della Difesa Richard Marles. La realtà, però, è che l’Australia – pur non volendo essere protagonista – non è più nemmeno semplicemente uno spettatore.
Lo ha spiegato il professore dell’Australian National University Don Rothwell, uno dei principali esperti di diritto internazionale. La distinzione, ribadita più volte da Albanese, Wong e Marles, tra “attacco” e “difesa” ha in realtà scarso valore giuridico e non dovrebbe nascondere il peso della decisione del governo. “Anche se il nostro contributo può essere su piccola scala, ora siamo parte del conflitto”, ha dichiarato Rothwell in un’intervista radiofonica alla rete nazionale.
Poi ci si può perdere – o aggrapparsi – a ogni singola parola per giustificare una scelta che quasi nessuno, a parte i verdi, considera completamente sbagliata o particolarmente rischiosa per gli sviluppi futuri.
“Stiamo intraprendendo un’azione difensiva per sostenere gli sforzi dei nostri partner nel mantenere al sicuro gli australiani. Le risorse dell’ADF dispiegate opereranno secondo il diritto alla difesa collettiva”, ha ribadito il primo ministro, richiamando la dichiarazione ufficiale di ingaggio difensivo del ministero della Difesa. Ha anche assicurato che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riceverà le notifiche previste dall’articolo 51 della Carta Onu, che riconosce il diritto all’autodifesa – come nel caso degli Emirati Arabi – e la possibilità di chiedere aiuto ad altri Stati.
Questo, secondo Albanese e Wong, è il quadro del rapporto tra EAU e Australia: un intervento legittimo in risposta alla reazione iraniana a un attacco le cui modalità riguardano esclusivamente Washington e Tel Aviv. Reazione che, sostengono, ha colpito una dozzina di Paesi della regione che nulla avevano a che fare con l’operazione ordinata da Trump e Netanyahu.
Tutto “legale”, dunque: difesa ma non attacco. Per gli iraniani, però, l’aereo di ricognizione australiano resta un bersaglio come tutti gli altri in una zona di guerra. E lo sanno bene anche gli aviatori e il personale della RAAF a bordo del Wedgetail impegnati nella loro missione in un’area attraversata da un conflitto caotico e imprevedibile come quello del Golfo.
Inutile anche tentare di distinguere tra missili “buoni” e missili “cattivi”, quelli che naturalmente usano sempre e solo “gli altri”.
Decisione giusta, decisione sbagliata, decisione probabilmente inevitabile, vista l’alleanza con gli Stati Uniti, gli interessi in gioco e il futuro dell’AUKUS. In ogni caso, una decisione che meriterebbe spiegazioni meno prudenti e meno impegnate a ridimensionare rischi e motivazioni.
Ci sono accordi, interessi e impegni pratici e morali. Ci sono pressioni e responsabilità.
E sarebbe forse il caso che il primo ministro e i suoi collaboratori più stretti, quando si parla di azioni militari e strategie geopolitiche, usassero un linguaggio più diretto e meno concentrato su distinzioni formali tra “offensivo” e “difensivo” che, tra missili e droni, contano davvero poco.
Parlare chiaro aiuterebbe la loro causa e, soprattutto, aiuterebbe chi li ascolta ad avere più fiducia nelle loro decisioni.