TORINO - Il medico torinese e storico esponente radicale Silvio Viale è stato assolto al termine del processo che lo vedeva accusato di comportamenti inappropriati nei confronti di alcune pazienti.
Le denunce parlavano di condotte ritenute moleste durante le visite nel suo studio: battute fuori luogo, sguardi insistenti, toccamenti ritenuti non pertinenti. Ma il giudice, al termine di un rito abbreviato, ha stabilito che “il fatto non costituisce reato”.
Viale, 68 anni, è figura nota a Torino e a livello nazionale. Fra il 2005 e il 2010 divenne uno dei simboli della battaglia per l’introduzione della Ru486, la pillola per l’interruzione farmacologica di gravidanza.
Consigliere comunale di Più Europa, è conosciuto anche per le sue provocazioni in aula: si è presentato travestito da fantasma, da clown, con un enorme crocifisso nel taschino o indossando giacca e bermuda. In tribunale ha fronteggiato una richiesta di condanna a un anno e quattro mesi di carcere.
“In realtà alcune delle azioni contestate erano semplicemente inevitabili, trattandosi di visite ginecologiche”, ha commentato l’avvocato difensore Cosimo Palumbo, aggiungendo che “negli altri casi la connotazione sessuale era del tutto assente”.
Viale si dice soddisfatto ma anche amareggiato: “Questa era un’accusa rivolta all’intera categoria. Una condanna sarebbe stato un grave precedente. Delle proprie suggestioni ognuno pensa quel che vuole, ma resto convinto di non aver fatto nulla”.
La presenza di un fascicolo su Viale divenne nota nel novembre 2023 quando, durante una manifestazione contro la violenza di genere, una manifestante dichiarò di aver denunciato “un medico e politico famoso”.
Da quel momento arrivarono altre querele e la Procura si ritrovò a indagare su dieci episodi. Per sei di essi i pm hanno chiesto l’archiviazione, richiesta contro cui quattro donne si sono opposte. A processo sono arrivati quattro capi d’accusa: per tre la Procura ha chiesto la condanna, ritirando poi una delle imputazioni.
I compagni di militanza di Viale hanno espresso soddisfazione per la sentenza e criticato quella che definiscono la poca “cultura garantista” con cui i media avrebbero trattato il caso.
L’avvocato Palumbo ha rivolto “un ringraziamento a tutte le parti processuali”, comprese le persone offese, “perché anche per merito loro siamo riusciti a fare in modo che il processo si svolgesse in tribunale e non sui giornali”.