DAMASCO - Continua a peggiorare il quadro nel nord-est della Siria, dove le Forze democratiche siriane (Sdf), la coalizione militare a guida curda sostenuta per anni dagli Stati Uniti nella lotta contro l’Isis, hanno perso quasi integralmente i territori che amministravano.  

Dopo l’avanzata militare di milizie sunnite di matrice qaedista e gruppi alleati legati al fronte guidato dal presidente siriano Ahmad al-Sharaa di metà mese, restano solo due aree sotto controllo curdo: una nell’area di Qamishlo e al-Hasaka, l’altra attorno a Kobane. 

L’unico argine temporaneo all’avanzata jihadista è stato imposto dagli Stati Uniti, che il 24 gennaio hanno esteso di altri 15 giorni il cessate il fuoco per consentire il trasferimento in Iraq di prigionieri dell’Isis, il sedicente Stato islamico sconfitto militarmente nel 2019 proprio dalle Sdf, ma ancora attivo come rete clandestina.  

Durante la ritirata delle milizie curde si sono registrate fughe dalle carceri di al-Shaddadi e al-Aqtan e tentativi di evasione anche dal campo di al-Hol, un enorme campo nel deserto dove vivono migliaia di persone considerate legate all’Isis. 

Il controllo di questi detenuti era uno dei principali argomenti con cui il Pentagono giustificava la presenza militare statunitense nel nord-est siriano. Oggi, però, Washington valuta apertamente il ritiro completo dal Paese, segnalando una perdita di fiducia anche nel nuovo regime di Damasco guidato da Ahmad al-Sharaa, l’ex leader jihadista divenuto presidente dopo la caduta di Bashar al-Assad. 

La svolta è stata resa esplicita dall’inviato Usa Tom Barrack, che ha spiegato come la logica dell’alleanza con le Sdf sia venuta meno dopo la nascita di un governo centrale siriano riconosciuto a livello internazionale e ammesso nella Coalizione globale anti-Isis.  

Gli Stati Uniti hanno sostenuto un accordo firmato il 18 gennaio che prevede l’integrazione dei combattenti curdi nell’esercito nazionale siriano, la cessione a Damasco di infrastrutture strategiche come giacimenti petroliferi e valichi di frontiera e il passaggio del controllo delle prigioni e dei campi dell’Isis allo Stato centrale. 

Un’intesa che segna, di fatto, la fine dell’autonomia conquistata dal Rojava, la regione a maggioranza curda del nord-est della Siria dove negli ultimi dieci anni era stato avviato un esperimento politico inedito di “confederalismo democratico”. Si tratta di un sistema di autogoverno ispirato alle teorie di Abdullah Öcalan, storico leader curdo prigioniero delle carceri turche dal 1999, basato su assemblee, decentramento del potere, parità di genere, laicità e convivenza tra diverse comunità etniche e religiose, un modello alternativo sia all’autoritarismo di Damasco sia ai movimenti jihadisti.  

Secondo diversi analisti, il cambio di linea statunitense sarebbe maturato già il 6 gennaio a Parigi, con un accordo di de-escalation mediato dagli Usa tra il nuovo regime siriano e Israele, che avrebbe portato anche Tel Aviv ad abbandonare il supporto ai curdi in cambio del controllo dell’area drusa nel sud della Siria. 

Le Sdf si sono ritirate da città chiave come Raqqa e Deir el-Zor, mentre a Hasakah permane una calma precaria. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, oltre 130 mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case negli ultimi giorni.  

A Kobane, già teatro tra il 2014 e il 2015 del lungo assedio dello Stato islamico, la popolazione vive condizioni estreme, con interruzioni di acqua ed elettricità e segnalazioni di morti per fame e freddo.  

I margini di manovra per la leadership curda sono ormai ridotti: il sostegno militare statunitense è venuto meno e le forze rimaste fedeli al progetto confederale non sembrano sufficienti a sostenere uno scontro diretto.  

Gli Stati Uniti e la Turchia puntano sull’integrazione per evitare una battaglia finale, anche se per il momento Ankara resta attenta a non inasprire il fronte interno, per non compromettere il processo di disarmo del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan fondato da Abdullah Öcalan.