ROMA - Lo smart working, dopo l’emergenza sanitaria del Covid-19, si è consolidato come modalità stabile di organizzazione del lavoro. Nel 2023 in Italia il 13,8% degli occupati, pari a poco meno di 3,4 milioni di persone, ha svolto almeno un giorno di lavoro da remoto nelle quattro settimane precedenti la rilevazione del Censimento permanente Istat.
La quota è inferiore al picco del 2021, quando i lavoratori da remoto erano il 15,1%, ma resta quasi tripla rispetto al periodo pre-pandemia: nel 2018 e nel 2019 la percentuale si fermava al 4,8%. Dopo il balzo registrato con il lockdown, nel 2022 e nel 2023 il fenomeno si è stabilizzato al 13,8%.
Nel dettaglio, circa 1,4 milioni di lavoratori (5,9%) hanno operato da casa per almeno la metà dei giorni lavorativi, mentre altri 1,9 milioni (7,9%) hanno adottato la modalità in misura più limitata. Il lavoro agile è più diffuso tra le donne (15,2%) rispetto agli uomini (12,7%).
A livello territoriale, Lazio e Lombardia sono le regioni con la maggiore incidenza. A Milano lavora da remoto il 38,3% degli occupati, mentre a Roma la quota sfiora il 30%.
Nonostante la crescita, l’Italia resta sotto la media europea. Secondo Eurostat, nel 2023 il 5,9% degli occupati italiani ha lavorato da casa per almeno metà dei giorni, contro una media Ue del 9,1%. In testa Finlandia (22,2%) e Irlanda (21,8%), seguite da Svezia e Belgio, sopra la media anche Germania e Francia.
La diffusione della pratica aumenta con il livello di istruzione: tra i laureati il 29% ha sperimentato il lavoro a distanza. I settori più interessati sono i Servizi di informazione e comunicazione (60,2%) e le Attività finanziarie e assicurative (43,7%). Il lavoro da remoto riguarda soprattutto le professioni altamente qualificate, dove è maggiore l’autonomia nell’organizzazione di tempi e modalità di svolgimento dell’attività.