CANBERRA – Il provvedimento inaspettato viene preso mentre il governo Albanese continua a negare qualsiasi coinvolgimento nel loro eventuale rientro.

Il caso riguarda un gruppo di donne e di minori partiti dall’accampamento di Roj, nel nord della Siria, con l’obiettivo di raggiungere Damasco e poi proseguire verso l’Australia.

Secondo l’agenzia Syrian North Press, il gruppo avrebbe lasciato il campo lunedì sera. Una prima ricostruzione parla di 24 persone, mentre altre fonti, citando autorità curde, indicano che il numero complessivo potrebbe arrivare a 34. Il trasferimento sarebbe stato organizzato dalle forze curde che controllano l’area, ma si è interrotto quando le famiglie non hanno ottenuto il permesso di attraversare territori sotto il controllo del nuovo governo siriano.

L’amministrazione dell’accampamento di Roj ha chiarito che non vi sarebbe stato alcun coordinamento formale con la direzione della struttura. Secondo quanto riferito, le famiglie sarebbero dovute arrivare a Damasco per essere accolte da parenti prima di proseguire il viaggio verso l’Australia. Al momento non è chiaro se tenteranno nuovamente di lasciare il campo o se resteranno lì in attesa di nuove autorizzazioni.

La vicenda ha riacceso il confronto politico a Canberra. Il governo federale ribadisce di non aver facilitato né organizzato il rientro delle cosiddette “spose dell’ISIS”, sostenendo che l’Australia non rimpatrierà persone dalla Siria per ragioni di sicurezza. Un portavoce ha però avvertito che chiunque rientri nel Paese e abbia commesso reati sarà sottoposto a indagini e potrà essere perseguito.

Negli ultimi mesi sono emersi documenti che mostrano incontri tra il ministro degli Interni Tony Burke e rappresentanti dell’organizzazione Save the Children, impegnati a chiedere il rimpatrio di minori australiani rimasti nei campi siriani. Durante le audizioni al Senato sono state sollevate accuse secondo cui l’organizzazione avrebbe contribuito al rientro di un precedente gruppo di sei donne e bambini, accuse che Save the Children ha respinto.

Le donne coinvolte restano cittadine australiane e, secondo alcune ricostruzioni, almeno dieci di loro avrebbero presentato domanda di passaporto. L’opposizione accusa il governo di aver creato le condizioni per il ritorno di individui potenzialmente pericolosi, sostenendo che la gestione del dossier rischia di compromettere sicurezza e coesione sociale.

Per ora, il rientro resta sospeso, ma la questione rimane aperta.