GINEVRA - Si apre oggi a Ginevra il terzo round di colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran, un incontro decisivo che si svolge sotto l’ombra di un ultimatum senza precedenti. Mentre la delegazione di Teheran, guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ostenta un cauto ottimismo, l’amministrazione Trump mantiene la “massima pressione”, alternando nuove sanzioni a minacce di intervento militare immediato. 

Per gli Stati Uniti, guidati a Ginevra dall’inviato Steve Witkoff e da Jared Kushner, l’obiettivo non è una tregua temporanea. Secondo fonti di Axios, Washington esige un accordo senza clausole di scadenza (sunset clauses): l’Iran deve rinunciare all’atomica “per il resto della sua vita”. 

Nel discorso sullo Stato dell’Unione, Trump ha accusato Teheran di possedere già missili in grado di colpire l’Europa e di star sviluppando vettori intercontinentali. Ma il portavoce iraniano Esmaeil Baqaei ha bollato le accuse come “grandi bugie”, ribadendo che la gittata dei missili iraniani non supera i 2.000 km (ben lontana dal suolo statunitense). 

Consapevole della propensione di Donald Trump per gli affari, l’Iran sta tentando una mossa disperata. Secondo quanto riportato dal Financial Times, la delegazione iraniana sarebbe pronta a offrire incentivi economici massicci, proponendo un accesso privilegiato alle proprie riserve di petrolio e gas e i diritti sui minerali essenziali.  

Teheran starebbe infatti traendo insegnamento da quanto accaduto a Caracas lo scorso mese, cercando di barattare l’accesso alle proprie risorse naturali con la sopravvivenza del regime attraverso quello che viene definito il “modello Venezuela”. Tuttavia, la Casa Bianca resta ferma sulle proprie posizioni e un funzionario statunitense ha ribadito che il tycoon è stato chiaro sul fatto che l’Iran non avrà mai l'arma nucleare. 

Il clima è quello di un conto alla rovescia. Il 19 febbraio Trump ha concesso all’Iran 10-15 giorni per raggiungere un accordo. Intanto, due gruppi di portaerei sono già posizionati nella regione. Il vicepresidente JD Vance ha avvertito Teheran di prendere sul serio la minaccia: “Il presidente ha il diritto e la volontà di ricorrere all’azione militare”. 

Teheran, però, ha avvertito che, in caso di attacco, colpirà lo Stretto di Hormuz, le basi Usa in Qatar, Bahrain ed Emirati, e lo stesso territorio di Israele. “Prenderemo di mira qualsiasi cosa a portata di mano”, riferiscono fonti vicine alla Guida Suprema Khamenei. 

Mentre i diplomatici trattano in Svizzera, l’Iran è scosso da una crisi interna senza precedenti. Da una parte l’economia al collasso: il carovita e le sanzioni hanno prostrato la popolazione, portando a una nuova ondata di proteste anti-governative. Da cinque giorni, infatti, i principali atenei del Paese sono teatro di manifestazioni che chiedono la fine della Repubblica Islamica. 

Dall’altra parte, lo stallo politico: il presidente Masoud Pezeshkian cerca disperatamente di gestire il processo per uscire dalla situazione di “nessuna guerra, nessuna pace”, ma la legittimità del regime vive il suo momento più buio.