TEHERAN - Il raid dello scorso 28 febbraio contro la scuola elementare femminile “Shajarah Tayyebeh” di Minab, nel sud dell’Iran, sta diventando il caso più politicamente controverso dell’operazione “Epic Fury”. Mentre il bilancio delle vittime oscilla tra le 150 e le 170 persone (per la stragrande maggioranza bambine), nuove inchieste giornalistiche puntano con decisione il dito verso Washington. 

Secondo un’inchiesta del New York Times basata su immagini satellitari e video verificati, l’attacco alla scuola è avvenuto negli stessi istanti in cui le forze statunitensi stavano colpendo una vicina base navale dei Pasdaran, situata a soli 60 metri dall’istituto scolastico.  

Sebbene né gli Stati Uniti né Israele si siano formalmente assunti la responsabilità, il quotidiano suggerisce che la coincidenza temporale e geografica renda l’ipotesi di un “danno collaterale” statunitense la più probabile. 

A rafforzare questa tesi interviene un’esclusiva di Reuters, che cita due funzionari militari Usa coperti dall’anonimato. Secondo le fonti, gli inquirenti del Pentagono ritengono ormai “probabile” che la responsabilità sia delle forze statunitensi, anche se l’indagine ufficiale non è ancora stata chiusa e non è stata raggiunta una conclusione definitiva. 

Al Pentagono, il clima è di estrema cautela. Il Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, pur ammettendo l’apertura di un fascicolo, ha ribadito la linea ufficiale: “Ovviamente non prendiamo mai di mira civili, ma esaminiamo ogni situazione”. Incalzato sulla strage di bambine, Hegseth non ha escluso l’errore tecnico, pur confermando che “l’esercito non colpisce scuole”. 

Anche la Casa Bianca mantiene un profilo basso, rimandando alle dichiarazioni della portavoce Karoline Leavitt, che nei giorni scorsi aveva risposto con un secco “no, da quello che sappiamo” alla domanda su un coinvolgimento diretto.

Da parte israeliana, il portavoce Nadav Shoshani ha invece dichiarato di non essere a conoscenza di operazioni delle Forze di difesa israeliane nell’area specifica di Minab al momento del disastro. 

L’ambasciatore iraniano all’Onu, Ali Bahreini, ha parlato di 150 studentesse uccise, definendo l’atto un crimine deliberato. Anche l’Alto Commissariato Onu per i diritti umani è intervenuto da Ginevra: la portavoce Ravina Shamdasani ha invocato un’indagine indipendente, sottolineando che “l’onere della prova ricade su chi ha colpito”.  

Se venisse confermato il ruolo degli Stati Uniti, la strage di Minab si configurerebbe come uno dei peggiori eccidi di civili in decenni di interventi statunitensi in Medio Oriente, aprendo la strada a possibili accuse di crimini di guerra secondo il diritto internazionale umanitario. 

Ricostruire la verità resta però un’impresa complessa. Sul luogo dell’impatto non sono stati rinvenuti frammenti visibili di missili e l’area, nel cuore della zona di guerra vicino allo Stretto di Hormuz, è attualmente inaccessibile ai giornalisti indipendenti. Per ora, il Pentagono tace, non escludendo che possano ancora emergere prove in grado di scagionare le forze alleate.