Parlandone a partire da quel punto di vista, le mie argomentazioni sono apparse prive di fondamento, si sono infrante contro il muro del suo cinismo, rivendicato come indispensabile realismo.
Il suo ragionamento posso riassumerlo così: “Che importa se la guerra è illegale secondo il diritto internazionale? Importano solo gli interessi strategici, il rispetto delle alleanze. Non si devono mai criticare gli alleati, anche quando si comportano da canaglie: sono le nostre canaglie e vanno difesi anche se compiono azioni che condanniamo quando a farle sono i nemici. Quando si presenta l’opportunità di eliminare un nemico bisogna approfittarne, anche se per farlo ci si deve alleare con governi detestabili”.
L’Iran però non è il Venezuela, non si lascia imporre un cambio di regime e non è così facile sconfiggerlo, anzi, altri esperti di geopolitica sostengono che al momento è vincente, perché coinvolgendo i paesi vicini e chiudendo lo Stretto di Hormuz ha messo a repentaglio l’economia mondiale e umiliato l’Occidente, costringendolo a venire a patti con Putin. Nell’ottica del diplomatico che mi ha edotto non ci sarebbe dunque da scandalizzarsi nemmeno per le azioni iraniane: anche i dirigenti di quel paese ragionano in termini di geopolitica e adottano strategie adatte a garantire i migliori risultati. Queste analisi divergono sulla valutazione degli esiti della guerra ma ne ammettono la liceità; sono punti di vista interni al dominante paradigma della geopolitica, che considera la guerra uno strumento a disposizione delle nazioni, non solo accettabile ma anche ineluttabile: una visione che non ammette altri punti di vista e non si interessa alle vittime.
A me però non importa sapere chi sta vincendo questa guerra, a me interessano solo le vittime. Per questi sostenitori della realpolitik, invece, le vittime sono solo numeri, statistiche, perché loro non si troveranno mai dove le bombe cadono e i missili esplodono. Ma le bombe cadono su persone in carne ed ossa e le carni bruciano, le ossa si frantumano. Per questo ho scritto a un’amica iraniana che vive in Europa, per sapere della sua famiglia, che abita a Teheran. Lei mi ha risposto così: “Mia mamma e i miei familiari sono ancora vivi; almeno, fino a stamattina erano vivi, ma la situazione cambia costantemente, i bombardamenti sono massivi e da vari giorni l’aria è diventata tossica, irrespirabile, perché è stata colpita anche una raffineria a sud di Teheran. L’ovest e il sud del Psono sotto attacco e ci sono tanti danni, morti, feriti…”.
Vorrei sapere se gli studiosi, i politici, i diplomatici cinici e realisti, sosterrebbero le stesse tesi, se le bombe minacciassero persone a loro care e certamente innocenti. Credo che in tal caso sarebbero invece indignati, non vedrebbero le vittime solo come statistiche, non penserebbero che vale la pena ammazzare mille, duemila, diecimila persone, se si uccide così anche il tiranno. Purtroppo, le vittime resteranno solo cifre fino a quando non saremo capaci di riconoscere negli altri la nostra stessa umanità.
Parlando con il diplomatico, leggendo i resoconti degli esperti, ho capito che, se si resta all’interno della loro logica, è impossibile contraddirli. Le cose invece cambiano quando si respinge quella logica, spostandosi sul piano di chi la guerra non è interessato né a farla, né a vincerla, il piano cioè di coloro che sono convinti dell’inutilità della guerra e credono che questa sia sempre un crimine. Per questo, mentre il diplomatico sciorinava il suo corso di realpolitik, ho compreso la necessità di impegnarsi per un cambio di paradigma: è indispensabile passare da quello della geopolitica a quello della pace.
Non è certo un’idea nuova, anzi, è l’idea che, dopo gli orrori delle due guerre mondiali, ha ispirato la carta delle Nazioni Unite e l’incipit dell’articolo 11 della Costituzione repubblicana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di soluzione delle controversie internazionali”. Credo che dobbiamo nuovamente imparare a vedere il mondo con gli occhi di questo diverso paradigma che, diceva Papa Francesco, si fonda sulla fraternità e si sviluppa attraverso l’educazione. Le logiche folli delle leadership mondiali stanno distruggendo il diritto internazionale e trasformando il mondo in un luogo selvaggio, dove conta solo la legge del più forte: ci stanno convincendo dell’ineluttabilità di vivere in una condizione di guerra permanente. Per opporsi a questa logica dobbiamo tornare a esigere il dialogo e la cooperazione fra gli stati e i popoli, perché al di fuori di questo resta solo la vecchia prospettiva della guerra come: “continuazione della politica con altri mezzi”, come insegnava Von Clausewitz due secoli fa.
Mi sono commosso nello scoprire che l’amica iraniana, a dispetto dei missili che stanno distruggendo il suo Paese e mettendo a rischio la vita delle persone che più le sono care al mondo, non ha rinunciato alla sua umanità e non vede gli altri come nemici da distruggere. Lei già si trova nel paradigma della pace e della fratellanza, guarda a questa nuova guerra dalla prospettiva della pietà per tutte le vittime e mi ha scritto così: “Quella che stiamo vivendo è una catastrofe umanitaria e dunque non conosce nazioni, perché la guerra deve sempre essere condannata. Per me contano le vite umane che vanno perdute, che si tratti di iraniani, israeliani o americani non fa differenza, perché credo nell’essenza di un essere umano unico, simile a Dio, fatto di amore eterno”.
Se in tanti riuscissimo ad assumere il coraggioso punto di vista di questa piccola, splendida cittadina del mondo, potremmo guardare a questi avvenimenti da una diversa prospettiva; potremmo sentirci meno impotenti e mobilitarci, per costringere i potenti a smetterla di fare lucrosi affari sulla pelle della povera gente. Abbandonare il paradigma della geopolitica e abbracciare quello della pace e della fratellanza universale è oggi indispensabile, per impedire a una leadership mondiale assassina e genocida di distruggere quel che resta della civiltà.
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