Un uomo coraggioso, intervenuto per fermare la carneficina, tanto lucido da non aver sparato a sua volta sul terrorista che aveva nel mirino, rischiando lui la vita. Un eroe dal volto tranquillo, che spero torni presto alla sua vita normale e che, mi auguro, resterà a lungo nel cuore di tutti.

La strage di Sydney ha allungato la sua triste ombra su un Natale macchiato di sangue innocente, quello di persone uccise solo perché ebree, solo per la loro comune appartenenza, solo perché si erano radunate per festeggiare una ricorrenza ebraica, senza far del male a nessuno.

Sapendo del mio passato, gli amici mi chiedono se l’Australia non sia per caso diventata un’altra America, dove la vita è scandita dalle stragi messe a punto da improvvisati vendicatori. Non so bene cosa rispondere, l’Australia che ho vissuto io era il paese dei tentativi di riconciliazione con le nazioni native e dell’esaltazione del multiculturalismo; il paese che ho lasciato ormai quindici anni fa aveva qualche occasionale esplosione di razzismo in certi quartieri problematici delle grandi città, ma non sembrava luogo di possibili stragi di massa in stile americano. La mia Australia è un luogo accogliente dove si guarda con un po’ di sana ironia alla retorica di stato e ai miti nazionali; il paese che ho lasciato era fatto di “vivi e lascia vivere” e, nelle piccole comunità di quartiere, nessuno indagava sui riti quotidiani dei vicini; un luogo di religioni praticate in privato senza disturbare gli altri; un paese dove si potevano celebrare le feste di tante culture senza problemi e a chi questo faceva storcere il naso se lo teneva per sé.

Ma forse è inutile farsi troppe domande perché, in fondo, chi può prevedere la follia? Nella mente degli esseri umani scattano meccanismi misteriosi, la mente ha i suoi lati oscuri, che possono trasformare anche l’uomo più mite nel vendicatore assetato di sangue. Colpiscono, infatti, le immagini di quei due uomini qualsiasi, persone come noi, con addosso i vestiti di tutti i giorni che, silenziosi e assorti, sparano sulla gente assiepata sulla spiaggia metodicamente, quasi fossero al tiro al bersaglio. Nessuna enfasi sui loro volti, nessuna espressione di concitazione, nessun grido di incitazione: non è una battaglia, è una mattanza messa a punto da chi nella vita fa altro ma un giorno esce da casa per ammazzare innocenti. C’è in tutto questo un mistero che fa rabbrividire. I grandi monoteismi hanno in comune la cosiddetta regola d’oro, che i cristiani riassumono nella formula: “non fare agli altri quello che non vorresti venisse fatto a te”. Tutte le religioni hanno il comandamento di non uccidere. Eppure, per la religione si uccide. Si dice che, così, gli uomini si trasformano in bestie, ma non è vero, perché gli animali non uccidono senza motivo, ma per nutrirsi o difendersi. E da cosa mai dovevano difendersi i due uomini divenuti assassini? Hanno deciso il destino di gente inoffensiva, bambini, donne e anziani, persino uno scampato all’olocausto: il loro Dio li giudicherà severamente per aver versato sangue innocente.

Oltre al dolore per le vittime e alla solidarietà con chi ha perso così assurdamente delle persone care, resta la necessità di investigare, ragionare, confrontarsi, per capire cosa possa aver portato a questa follia. Ho letto che il governo federale intende varare regole ancora più severe a riguardo del possesso delle armi: è una decisone saggia. Se non si può prevenire la follia, che almeno sia complicato accedere alle armi che servono a mettere in pratica piani diabolici. Ma alla comunità non possono bastare nuove leggi, serve capire. Ancora non era svanito nell’aria l’odore acre della pirite che già il premier israeliano aveva accusato il governo australiano di aver incoraggiato l’antisemitismo, riconoscendo lo stato palestinese. Altri hanno accusato Israele di aver fomentato l’odio verso gli ebrei con due anni di guerra che hanno trasformato la striscia di Gaza in un cumulo di rovine fumanti, sotto cui giacciono innumerevoli cadaveri di innocenti. È opportuno diffidare delle parole dei potenti e rifuggire dalle spiegazioni semplici. La prima questione da analizzare è, forse, il ruolo delle religioni, che dovrebbero lavorare per la pace mondiale e invece spesso fomentano l’odio. La seconda è l’assurda tendenza a identificare l’ebraismo con lo stato di Israele, oggi alimentata anche da molti governi che bollano come antisemita qualsiasi forma di protesta in favore dei palestinesi: sono due atteggiamenti da combattere a partire dalla quotidianità, dalla comunità in cui si vive e si opera. Solo costruendo legami che vadano oltre le barriere ideologiche, etniche e religiose possiamo sperare che non ci sia in futuro un’altra strage, magari di segno opposto.

Quando ho letto sul giornale il nome dell’eroe di Bondi Beach, così inequivocabilmente arabo, quando ho conosciuto la sua storia di migrante di origine siriana, ho avuto subito un pensiero in fondo un po’ assurdo: avrebbe potuto essere chiunque altro ad intervenire, ma ho pensato che fosse stato un bene che si trattasse di un uomo di origine araba e di religione islamica, perché altrimenti sarebbe cominciata la caccia all’arabo e la comunità islamica australiana avrebbe sofferto. Ma se islamici sono gli assassini e islamico è l’uomo che ha tentato di fermarli, salvando vite ebree, la linea di demarcazione non è più netta e possiamo comprendere che il problema non è la religione che si pratica o la provenienza etnica, con buona pace di politici ributtanti e opportunisti come Pauline Hanson e Barnaby Joyce, che hanno approfittato del tragico evento per cercare di riconquistare terreno politico. Sono politicanti che hanno fatto di tutto nella loro carriera per fomentare divisioni. A quelli come loro non si deve consentire di avvelenare la convivenza possibile e il nostro eroe Ahmed Al-Ahmed ha dato una mano anche su questo.