È importante guardare quelle immagini, ascoltare quelle drammatiche testimonianze, perché Naza, realizzato dai due giovani registri israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, è un film coraggioso, un capolavoro di autentico giornalismo che spalanca una finestra implacabile sugli orrori di Gaza.

A Venezia il film ha ottenuto il premio speciale della giuria, scatenando però un acceso dibattito in Israele, dove membri del governo e rappresentanti dell’esercito hanno condannato l'opera come falsa e proposto la revoca della cittadinanza per i registi, accusati di tradimento dello Stato.

Negli stessi giorni un insegnante di cinematografia italiano ha postato la foto dei due giovani autori commentando: “guardiamo questi eroi che, per filmare la verità, si sono messi contro il proprio intero Paese”.

Parole più esatte non avrei saputo trovarne, perché ci vuole davvero molto coraggio, oggi, ad essere ebrei israeliani e raccontare la verità sul genocidio dei palestinesi. Alle accuse, comunque, i registi hanno risposto con compostezza, difendendo il rigore della loro inchiesta e il ruolo indispensabile del giornalismo investigativo come dovere civico.

Politici e militari, se vorranno davvero confutare i contenuti del documentario, piuttosto che tuonare insulti e minacce dovranno dimostrare concretamente che l’inchiesta che ha portato alla realizzazione del filmato è costruita su un castello di falsità. Oppure dovranno tacere, coperti di vergogna per i loro crimini.

Naza è l’acronimo utilizzato dall’esercito israeliano per indicare il concetto di “danni collaterali”: naza sono i civili innocenti deliberatamente uccisi per colpire un obiettivo militare. Il documentario ruota attorno alle testimonianze di membri dell’intelligence militare e di soldati israeliani che hanno partecipato alle operazioni a Gaza.

I testimoni, protetti dall’anonimato, raccontano la meccanica del genocidio, informano di come, grazie alla loro tecnologia fantascientifica, siano stati sempre esattamente al corrente di quanti bambini, giovani, donne, uomini e anziani, tutti comunque innocenti, sarebbero morti in ogni attacco programmato per annientare un target, solitamente un membro di Hamas, che si preferiva non colpire in azione, ma nella propria abitazione, assieme a tutta la famiglia.

Durante la guerra scatenata dopo il 7 ottobre 2023, questi scienziati del terrore sceglievano i target e decidevano gli attacchi che avrebbero distrutto appartamenti, palazzi, o anche interi quartieri, noncuranti della presenza di civili anzi, sapendo con esattezza quanti ne sarebbero morti.

Spedivano la popolazione disperata verso i centri di distribuzione del cibo, sapendo che molti sarebbero stati assassinati dai cecchini, pronti a colpire chiunque avesse deviato da un percorso, deciso a tavolino, ma del cui tracciato i palestinesi erano ignari. Disponevano immaginarie linee di confine e colpivano chiunque le oltrepassasse.

Decidevano della vita di gente qualsiasi, di medici, infermieri e giornalisti e di decine di migliaia di bambini e bambine, spiati attraverso la tecnologia maligna, progettata per lo sterminio, che consentiva di intrufolarsi nelle case attraverso i cellulari.

Una testimonianza allucinante, di uomini quasi mai pentiti di aver partecipato al massacro, convinti anzi di aver fatto bene il proprio dovere, di aver solo eseguito degli ordini, di aver fatto quanto era necessario per combattere il nemico; gente convinta che nessuno a Gaza è innocente, nemmeno i bambini.

Funzionari del potere che ammazzavano utilizzando un assurdo videogame, euforici quando l’obiettivo era colpito e l’operazione andata a buon fine. È la banalità del male che si ripropone, la stessa su cui tanto ha riflettuto la filosofa ebrea Hannah Arendt, dopo l’olocausto nazista.

Naza è stato girato di notte, sulle terrazze di Tel Aviv e le testimonianze incalzano nell’oscurità, mentre tutt’attorno la città conduce la vita di sempre.

Gaza dista appena 60 chilometri dalla capitale, ma in quella modernissima città si vive la quotidianità come se non fosse vero che l’esercito israeliano, dai più creduto “il più morale al mondo”, ha messo in atto una tragedia genocidaria a così breve distanza ed è proprio questo contrasto, fra i racconti crudeli degli operatori del massacro e la vita che scorre normale, a fare da sfondo a un film che mette a disagio lo spettatore, fino alle ultime immagini, quando, solo allora, le telecamere si spostano a Gaza e palazzi sbriciolati, corpi bruciati e urla strazianti di padri che invocano i figli sepolti sotto le macerie rendono realtà allucinante il racconto allucinato ascoltato fino a quel momento.

Naza, in fondo, non svela al cuore nulla di nuovo: è la realtà antichissima della guerra e dell’odio che torna a ripetersi. La novità sta forse soprattutto nella tecnologia, che consente di annientare il nemico con precisione e da remoto, usando una consolle, come in un videogame. È “la scienza esatta, persuasa allo sterminio” che denunciava Quasimodo in una bellissima e tragica poesia. Non vi è altro scopo, in guerra, che distruggere il nemico e la guerra ai palestinesi continua, senza tregua, anche dopo la tregua.

Chi ha visto Naza al cinema testimonia sempre la stessa cosa: alla fine della proiezione un silenzio assoluto accompagna i titoli di coda e prosegue, nella semioscurità delle sale, fino all’uscita sulla strada. Chi osa proferire qualche parola, lo fa bisbigliando, come se si trovasse in un luogo sacro dove parlare è inopportuno.

Si torna a casa con la mente e il cuore gravati da tristissimi pensieri. Ma non si deve far sì che tali pensieri ci annichiliscano perché il giornalismo d’inchiesta serve a denunciare e far conoscere la cruda realtà che il potere cerca di nascondere spacciando per necessario il terrore che impone: il compito di ognuno e di non restare semplice spettatore, perché a Gaza e in Cisgiordania si continua a morire.

Tutti possiamo fare qualcosa per fermare il massacro e reclamare giustizia e terra per i palestinesi. È fondamentale che i riflettori accesi dal documentario non si spengano e che l’impegno per i palestinesi non si affievolisca, nella certezza che opporsi alla violenza dello Stato di Israele non ha nulla a che fare con l’antisemitismo e tutto a vedere con la giustizia.

stravagario.aladino@gmail.com