Le parole di Arjen Furat, combattente della JPY, l’Unità di Difesa delle Donne del Rojava, mettono l’intero mondo occidentale di fronte alla responsabilità di un tradimento sfiorato, un tradimento che, se fosse stato consumato fino in fondo, avrebbe portato su tutti noi vergogna e disonore.

Quelle parole sono state pronunciate poche giorni fa dai confini della DAANES, o Amministrazione Autonoma della Siria del Nordest, entità politico-geografica strappata, appunto, alla Siria e che oggi rischia di scomparire. Benché non sia stata riconosciuta da nessun governo, la DAANES è conosciuta nel mondo intero come il Rojava, un luogo che, con la sua capitale Kobane, è divenuto simbolo della lotta contro i terroristi dell’ISIS.

Il Rojava è nato nel 2012, nel contesto della guerra civile siriana e, benché la popolazione sia in maggioranza curda, è stato fin qui oggetto di un modernissimo esperimento di governance multietnica e multireligiosa, ispirato ai principi del confederalismo democratico; nel governo e nella gestione del territorio e dei servizi hanno trovato voce, oltre ai curdi, anche tutte le altre popolazioni che abitano le province che ricadono nella sua giurisdizione, dagli arabi ai turkmeni, dagli assiri agli armeni, dai circassi agli yazidi. 
Quella del Rojava è stata ed è anche una rivoluzione femminista, non solo perché le combattenti hanno svolto un ruolo fondamentale nella liberazione di Kobane, distinguendosi per coraggio e determinazione, e rappresentano oggi il 40% della forza di difesa e di governo del territorio; anche perché quelle combattenti hanno portato nel governo della piccola regione la “Jineoloji” o “scienza delle donne”, una forma di femminismo curdo che promuove una radicale uguaglianza di genere in tutti i settori della vita pubblica, superando le antiche strutture tribali patriarcali, facendo del Rojava un’entità politica originale, dove si lavora concretamente alla costruzione dell’eguaglianza di genere fra culture che, per antica tradizione religiosa e tribale, hanno sempre emarginato le donne.

Sui e sulle combattenti del Rojava ha fatto affidamento l’Occidente per fermare l’avanzata dell’estremismo islamico ed è soprattutto grazie a loro se l’ISIS è stato sconfitto militarmente ed è stato smantellato quell’osceno esperimento di governo conosciuto come il Califfato, ovvero l’Islamic State che ha preoccupato e terrorizzato il mondo intero, il luogo tetro dove gli estremisti, che sembravano inarrestabili, hanno messo in pratica tentativi di genocidio e persecuzioni di minoranze, compiuto sommarie esecuzioni pubbliche sgozzando giornalisti e cooperanti, perseguitato e umiliato ferocemente le donne. I combattenti curdi hanno fermato l’ISIS, sono loro che dobbiamo ringraziare se quei terroristi sono stati sconfitti.

Quella storia eroica ha rischiato in questi giorni di restare sepolta nella memoria breve del mondo occidentale, che ha abbandonato il DAANES al suo destino per allearsi con l’autoproclamato presidente della Siria, Ahmed Al-Sharaa, ex jihadista, che ha preso il potere un anno fa, dopo la caduta del presidente Bashar Al-Assad. Agli USA, all’Australia e all’Europa ora non sembra più importare il sostegno alle donne curde, quello che conta è la stabilità del nuovo regime, che vuole riprendersi le province perse nel 2012, nel caos della guerra civile. Così, l’esercito siriano è stato lasciato libero di attaccare il Rojava e stringere d’assedio Kobane, chiedendo una resa incondizionata, senza che nessuno nel mondo Occidentale sia intervenuto per fermare l’aggressione.

Abbandonate e dimenticate, le combattenti curde però non hanno ceduto; decise a non tornare sotto il potere patriarcale, hanno scelto la resistenza, suscitando simpatia e sostegno popolare in tutto il mondo. È stata questa resistenza inattesa che ha sorpreso Damasco e reso impraticabile l’opzione militare: la mobilitazione generale nel Rojava, il grande consenso popolare a livello internazionale e il sostegno dei curdi fuori dalla Siria, oltre alla notevole preparazione militare e disciplina dei combattenti schierati a difesa della DAANES, hanno costretto il regime alla moderazione e alla trattativa.

Si è giunti così a un accordo, al cessate il fuoco permanente e alla firma di un percorso graduale di “integrazione” del territorio del Rojava nella nuova Siria, concepito in modo da preservare alcuni aspetti fondanti dell’autonomia.
La prudenza si è resa necessaria anche perché il governo di Damasco si è reso conto che, senza il meccanismo di difesa dei territori dell’Autonomia, la gestione del dossier jihadista non sarebbe stata possibile: sono i curdi che, in questi anni, hanno tenuto al sicuro, nelle loro carceri, molti terroristi dello Stato Islamico responsabili di crimini efferati, estremisti pericolosi che rischiavano di tornare in circolazione con la dissoluzione del Rojava.

USA e Francia si sono fatti garanti dell’applicazione dell’accordo ed è grazie a questo impegno che il tradimento non si è consumato fino in fondo. Ma l’accordo è fragile: l’attuale governo siriano è considerato solo una forza a guardia del vuoto politico che si era creato con la caduta del vecchio regime, un esecutivo di transizione, che dovrebbe stabilizzare il paese e portarlo all’approvazione di una nuova costituzione e a libere elezioni. Bisognerà vedere se la Siria del futuro sarà disposta a garantire spazi politici e istituzionali alle minoranze e se i paesi occidentali che si sono fatti garanti di questo processo rispetteranno davvero il solenne impegno o se prevarrà la realpolitik.

Secondo i patti la YPJ non sarà smantellata ma entrerà a far parte del meccanismo difensivo del paese, ma l’esercito siriano non prevede la presenza di soldatesse fra i suoi ranghi e la presenza delle combattenti curde, arabe e yazide rappresenterà anzitutto una sfida ideologica.

È difficile oggi dire come andrà a finire ma, quale che sia il futuro della Siria, sicuramente le donne del Rojava non saranno mai disposte a rinunciare alla libertà conquistata a prezzo di tanto sangue, né si rassegneranno a ricadere sotto il dominio del patriarcato. L’Occidente dovrà sostenerle o il tradimento, alla fine, sarà stato consumato fino in fondo.
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