USA e Israele scatenano quotidianamente l’inferno su Iran e Libano e il regime degli Ayatollah risponde lanciando all’impazzata i suoi missili micidiali. Intanto, a Gaza, in Cisgiordania, in Ucraina e nel Sudan si continua a morire, senza fare più notizia. Si muore di bombe, di droni e di missili; si muore d’inedia, di freddo, di aria infetta e di acqua inquinata; si muore nei palazzi, negli accampamenti e lungo le strade; si muore per mancanza di cure, perché gli ospedali vengono distrutti e i medici assassinati; si muore nel silenzio, perché i giornalisti vengono trucidati. Una grande chiazza rossa si allarga sulla carta geografica, ma le nostre giornate trascorrono nell’indolenza: la terza guerra mondiale a pezzi, denunciata da Papa Francesco, è una realtà a cui ci siamo già assuefatti e che si tinge sempre più di fanatismo religioso.
Un anno fa Pete Hegseth, ministro USA della guerra, ha stabilito l’insolita pratica di un culto cristiano da tenersi mensilmente al Pentagono. Nel rito di marzo il ministro ha pregato: “Contro i nemici della nostra grande nazione, affinché ogni proiettile colpisca il bersaglio” e, per i militari USA, ha invocato: “Una violenza d’azione travolgente, contro coloro che non meritano alcuna pietà”. Una preghiera che risuona come una bestemmia per chi si riconosce nel Discorso della Montagna, dove i costruttori di pace sono beati e non ci sono nazioni da difendere. Ma Hegset è un pericoloso fanatico che, arringando i soldati, ha sostenuto che questa nuova guerra è parte di un piano divino e descritto Trump come una specie di messia.
Con gente così al comando, gli Stati Uniti sono stati trascinati da Israele in un conflitto pericoloso, che sta destabilizzando l’economia mondiale. Giunti alla quinta settimana di guerra, gli USA hanno annunciato di aver colpito oltre undicimila obiettivi in Iran mentre Israele, martellando il sud del Libano, ha provocato lo sfollamento di un milione di libanesi e i suoi ministri fondamentalisti dichiarano apertamente di voler stabilire il confine israeliano al fiume Litani, predicando apertamente l’annessione di una porzione del Paese dei cedri. L’Iran, per bocca del suo potente leader religioso, ha invocato non giustizia ma vendetta e, con il tentativo di colpire la remota base militare Diego Garcia, ha mostrato di essere in possesso di vettori di gittata assai superiore a quella dichiarata, con i quali potrebbe attaccare le città europee. Gli houti yemeniti sono scesi in campo accanto all’Iran, minacciando di aggravare la crisi dei trasporti sul mare con la chiusura del passaggio sul Mar Rosso.
Cosa accomuna questi attori del disastro umano che seminano morte e distruzione? Una possibile lettura di questo conflitto consente di mettere in luce la spaventosa similitudine fra i fanatici al potere nei Paesi coinvolti: il culto, presenziato da un ministro federale nel quartier generale della difesa statunitense, è prova inquietante della deriva teocratica che colpisce anche le democrazie liberali, che sembrano aver smarrito il senso della laicità dello Stato. Basterebbe riflettere sul fatto che Pete Hegset ha promosso riforme che accentuano il ruolo dottrinale dei cappellani militari e invitato al Pentagono predicatori fanatici, fra cui il pastore riformato evangelico Doug Wilson, noto per aver dichiarato che gli omosessuali dovrebbero essere incarcerati e le donne non dovrebbero avere diritto di voto.
I Paesi protagonisti di questa nuova carneficina sono repubbliche parlamentari ma in ciascuno di essi cresce il controllo religioso sui rispettivi sistemi politici. Fin dalla vittoria della rivoluzione khomeinista l’Iran ha ufficializzato questo controllo realizzando l’architettura di un sistema politico che combina gli elementi democratici con una struttura teocratica a cui viene assegnato un ruolo determinante; sono infatti ufficiali tanto la predominanza della Guida Suprema che la centralità della legge islamica. Il caso di Israele e degli Stati Uniti è invece più sfumato, in quanto si tratta di democrazie liberali che, sulla carta, mantengono la separazione tra Stato e chiese. Ma Israele è una repubblica presidenziale priva di carta costituzionale che, nel 2018, ha adottato una legge controversa che definisce il Paese come “Stato nazione del popolo ebraico”, stabilendo così la supremazia di un gruppo etnico-religioso sulle altre comunità presenti nel Paese. Israele mantiene un regime giuridico separato per la popolazione araba paragonabile all’apartheid, come testimoniano la pena capitale, appena introdotta, destinata solo alla popolazione araba e l’impunità garantita ai coloni ebrei della Cisgiordania, che effettuano quotidianamente raid criminali contro i palestinesi con la complicità di polizia ed esercito. Negli Stati Uniti la religione ha svolto da sempre un ruolo chiave nella valutazione della moralità pubblica dei suoi leader, ma mai come oggi sono stati pervasi di un tale fondamentalismo, diffuso nei posti chiave del potere e fra le massime cariche istituzionali. Ne sono testimonianza le immagini inquietanti dei pastori evangelici riuniti attorno al Presidente, intenti a invocare la benedizione divina per il comandante supremo della nazione, capo di un esercito potente impegnato in una nuova guerra. Lo scontro in corso nel Medio Oriente assume dunque, su questo piano, una particolare valenza simbolica, perché non si fronteggiano solo tre governi pericolosi, ma, per mano di essi, anche le tre grandi religioni monoteistiche nate dalla stessa radice, perché ebrei, cristiani e musulmani pregano tutti lo stesso Dio, quello di Abramo.
Ogni nazione si preoccupa di benedire le proprie armi ed i propri eroi, in una pericolosa miscela di religione e nazionalismo, rassicurando il popolo che Dio è dalla propria parte e la giustezza assoluta delle proprie ragioni indubitabile. Ma, come sottolinea un acuto osservatore come Paolo Naso, docente, politologo e giornalista: “L’immagine del Presidente al centro di un altare, sul cui capo si levano le mani di chi lo benedice, è l’icona di un nazionalismo religioso che eccita sentimenti patriottici che, in tempo della guerra, nulla hanno a che fare con il messaggio cristiano della pace”. Del resto, ebrei, cristiani e musulmani pregano tutti lo stesso Dio che, evidentemente, non può parteggiare contemporaneamente per tutte le parti in lotta e giova ricordare che il comandamento di non uccidere è scritto nei libri sacri di tutte queste religioni.