La memoria di quella tragedia riguarda tutti e chi vive a Roma dovrebbe sempre trovare il tempo per ricordarla. Per farlo, evito le cerimonie ufficiali, che vedo come vuote occasioni per deporre corone d’alloro e riempirsi la bocca di retorica superflua; preferisco affidarmi alle testimonianze dei sopravvissuti.
L’anno scorso l’occasione giusta è stata una mostra sui lager allestita nel cuore del ghetto romano dallo storico Marcello Pezzetti, uno dei massimi studiosi della Shoah italiana. Un’esperienza forte di cui ho raccontato in questa rubrica, ricevendo dai lettori anche qualche critica: qualcuno sosteneva che, date le circostanze odierne, con tanti piccoli e grandi massacri ancora in corso, compresi quelli perpetrati da Israele contro i palestinesi, non avesse molto senso ricordarne uno in particolare.
Quelle critiche, sempre educate, hanno dato corso ad animati scambi di idee. Un lettore mi chiedeva: “cosa conta di più, il totale delle vittime o il come le loro vite sono state spente? Perché fà differenza se muoiono uno alla volta o in massa? E perché per la tragedia di Hiroshima e Nagasaki non si celebra ricorrenza? Eppure ci sono stati tanti morti all'istante e tanti dopo. A cosa serve commemorare queste immani tragedie se non riusciamo a eliminare i guerrafondai?”.
Il lettore aveva forse delle ragioni, ma non è riuscito a convincermi e gli risposi che, secondo me, non si deve smettere di commemorare la Shoah e non gioverebbe alla chiarezza della storia mettere tutto in un unico, generico calderone di tragedie prodotte dall’uomo; ritengo piuttosto che gli orrori di cui siamo stati capaci debbano essere ricordati tutti con altrettanta forza, affinché questa consapevolezza sia trasmessa alle successive generazioni.
Quest’anno la mia meta per il ricordo del 16 ottobre è stata un teatro nel quale andava in scena “Voci dalla Shoah”, un reading nel quale bravissimi attori restituivano al pubblico la voce ormai spenta dei testimoni, cioè di quegli ebrei italiani miracolosamente sopravvissuti all’orrore delle deportazioni e dei lager.
Lo spettacolo era stato confezionato utilizzando esclusivamente le testimonianze degli scampati allo sterminio, disponibili grazie al paziente lavoro di raccolta eseguito dagli storici. Il reading, emozionante, toccante, ha commosso il pubblico, senza nulla concedere al romanticismo e senza avventurarsi nelle questioni che oggi riguardano Israele e i palestinesi, perché solo della Shoah lì si teneva conto ed è giusto così, visto che i milioni di ebrei sterminati dai nazisti nulla hanno a che fare con uno Stato che, ai loro tempi, nemmeno esisteva.
Delle tante cose imparate, ascoltando i racconti nel silenzio del teatro una, in particolare, ha continuato a girarmi in testa, la questione del “sentirsi ebreo”. Alcune riflessioni degli ex deportati ruotavano attorno a questo concetto: raccontavano quei testimoni che, prima dell’introduzione delle leggi razziali, loro si identificavano solo come italiani o magari romani, veneziani, milanesi; era questa la loro identità principale, quella di italiani che praticavano una religione diversa da quella professata dalla maggioranza degli altri italiani. Erano state proprio le leggi razziali ad inventarli “diversi”, isolandoli dal resto dei concittadini. Fra le tante vergogne della breve storia della nazione italiana c’è anche quella del male inflitto a tanti innocenti a causa di questa pagliacciata, sostenuta anche da scienziati inetti e venduti al potere; l’assurda pretesa di essersi voluti immaginare “razza ariana”, a dispetto di ogni evidenza; crudele superbia che ci ha spinti a crederci superiori e ha consentito a molti di guardare con indifferenza alle sofferenza dei tanti improvvisamente cacciati dalle scuole e dai posti di lavoro, emarginati e perseguitati senza colpa, fino all’orrore del lager.
Per fortuna, sull’altro versante di questo crinale, ci sono i tanti che, spontaneamente, hanno messo a rischio la propria stessa vita per salvare quella di ebrei e di altri perseguitati.
L’anno scorso ho vissuto con dolore le polemiche scoppiate nel Giorno della Memoria, il tentativo di paragonare gli avvenimenti di ieri a quelli di oggi, come per voler dimostrare che, siccome Israele commette crimini esecrabili, questi, in qualche modo, rendono meno importanti quelli commessi in passato nei confronti degli ebrei. Quest’anno è accaduto qualcosa di simile il 16 ottobre, ma di segno diametralmente opposto, quando alcuni esponenti della comunità ebraica romana, che sostengono acriticamente Israele, hanno voluto allontanare dalle celebrazioni gli esponenti dell’ANPI, accusati di antisemitismo, perché simpatizzanti della causa palestinese. Anche questi momenti sono stati per me di grande dolore e avrei voluto parlarne coi miei amici ebrei romani, ma oggi questo è difficile, ostacolato dal livore che la propaganda continuamente alimenta; ma non si vede pace all’orizzonte: è quasi impossibile, oggi, difendere la causa del popolo palestinese contro uno Stato che ne minaccia l’esistenza e dimostrare, allo stesso tempo, la propria solidarietà con gli ebrei, minacciati da un sempre vivo antisemitismo.
Mi tornano così in mente le parole di quel lettore e, a tratti, le certezze si incrinano, viene voglia di mettersi di parte. Ma non è pensabile: ricordare gli oltre mille ebrei romani mandati a bruciare nel forno crematorio di Aushwitz resta un dovere, un’imprescindibile necessità per chi vive nella capitale.
A restituirmi speranza ci sono però i giovani che vanno con la scuola a vedere “Voci dalla Shoah” e ci riflettono. Una studentessa adolescente ha scritto agli organizzatori spiegando che quelle testimonianze le hanno insegnato che la tragedia nasce nel cuore di chi si arroga il diritto di decidere del destino di altri esseri umani ai quali non riconosce la propria stessa dignità. Una consapevolezza che l’olocausto può trasmettere a chiunque spingendoci a impegnarci ovunque la tragedia rischi di ripetersi, che si tratti di Palestina o di qualsiasi altro luogo nel mondo.