WASHINGTON - A bordo dell’Air Force One, di rientro a Washington, Donald Trump ha delineato una visione della crisi dello Stretto di Hormuz carica di dubbi e certezze contrastanti.
Nonostante il blocco iraniano abbia paralizzato il traffico di greggio spingendo i prezzi a livelli record, il Presidente degli Stati Uniti sembra intenzionato a rimettere in discussione il ruolo storico di “gendarme” del Golfo ricoperto dagli Usa.
Trump ha ostentato sicurezza riguardo all’andamento del conflitto, giunto ormai alla sua terza settimana. “Abbiamo essenzialmente sconfitto l’Iran. Dal punto di vista militare le cose stanno andando benissimo”, ha dichiarato ai giornalisti.
Ha poi citato l’attacco all’isola di Kharg come prova della superiorità Usa, sottolineando di aver risparmiato una piccola area per scelta tattica: “Potremmo colpirla in cinque minuti, ho scelto di non farlo. Vediamo”.
Nonostante questa prova di forza, Trump ha ammesso che, pur essendoci dei contatti, Teheran non sembra ancora pronta per un accordo: “L’Iran vuole assolutamente trattare, ma non credo siano pronti in questo momento”. Per questo, ha concluso, “non c’è motivo di dichiarare ufficialmente la vittoria”.
Il focus si è poi spostato sul rapporto con gli alleati, ai quali Trump ha lanciato un avvertimento senza mezzi termini. Il tycoon ha previsto un effetto “molto negativo per il futuro della Nato”, se l’Alleanza non fornirà la collaborazione richiesta per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz.
“Siamo sempre a disposizione per la Nato. Non eravamo obbligati ad aiutarli con l’Ucraina, c’è un oceano tra noi e loro. Eppure, li abbiamo aiutati. Ora vedremo se loro aiuteranno noi”, ha incalzato Trump, rivelando contatti con circa sette Paesi.
Se il Regno Unito valuta e la Germania dice pubblicamente di no, il presidente Usa guarda con interesse anche a Pechino, a tre settimane dalla visita ufficiale. “La Cina secondo me dovrebbe partecipare. Il 90% del suo petrolio arriva da Hormuz. Parteciperà? Forse sì, forse no”, ha dichiarato il presidente Usa.
In una delle sue frequenti oscillazioni di posizione, Trump è arrivato a suggerire che gli Stati Uniti potrebbero non avere alcun interesse reale a operare nella regione. La sua tesi è basata sull’indipendenza energetica statunitense: “Si potrebbe sostenere che forse non dovremmo essere lì affatto, perché non ne abbiamo bisogno. Abbiamo molto petrolio, saremo presto il primo produttore al mondo”.
Secondo Trump, i Paesi che dipendono dall’energia mediorientale dovrebbero assumersi l’onere della protezione: “Sto chiedendo a questi Paesi di intervenire e proteggere il proprio territorio, perché è la loro area. Eppure, noi siamo lì quasi per abitudine e perché abbiamo ottimi alleati nella regione”.
Nonostante i dubbi sul “perché” dell’impegno Usa, la realtà sul campo parla di un rafforzamento: gli Stati Uniti stanno infatti dispiegando altri 5.000 uomini, inclusi 2.200 Marines. Quando una giornalista della Abc ha incalzato il presidente chiedendo conto di questa apparente contraddizione tra il desiderio di disimpegno e il nuovo invio di truppe, Trump ha reagito duramente, troncando il confronto: “Lei è veramente una persona odiosa”.