Crescere tra due mondi non significa necessariamente parlare due lingue fin dall’infanzia. A volte significa ascoltarne una in sottofondo, lasciarla sedimentare, finché - un giorno - diventa la chiave per capire meglio le persone che ami. Per Talia Walker, funzionaria senior presso il Dipartimento dell’Istruzione del New South Wales e studiosa di lingua e pragmatica italiana, l’italiano è stato esattamente questo: non una lingua “ereditata” automaticamente, ma una conquista consapevole.
I nonni materni di Talia emigrarono dall’Abruzzo in Australia tra gli anni Cinquanta e Sessanta. In casa, però, l’italiano non era la lingua principale: “Non lo parlavamo tra genitori e figli, ma era sempre presente. Mia nonna e mia madre lo parlavano continuamente”. Il primo viaggio in Italia, a otto anni, segna uno spartiacque: l’entusiasmo per una famiglia allargata scoperta all’improvviso si scontra con l’impossibilità di comunicare davvero. “Avevo tutti questi zii e cugini, ma non riuscivamo a parlare. È stato lì che ho capito cosa mancava”.
Da quel momento, la scelta è quasi inevitabile. A scuola superiore, tra francese e italiano, sceglie l’italiano e non lo abbandona più: HSC, università, dottorato. Ma ciò che resta più impresso non è solo la lingua, bensì chi gliel’ha insegnata: “Ho avuto insegnanti d’italiano incredibili. Sempre i più appassionati, i più umani. Questo ha avuto un impatto enorme su di me”. Non è un dettaglio: oggi Walker lavora proprio nel cuore delle politiche educative australiane.
Il cambiamento più profondo, però, avviene nella sfera intima. È solo da adolescente, quando inizia a parlare italiano con maggiore sicurezza, che il rapporto con la nonna muta radicalmente: “Non era più solo mia nonna. Ho iniziato a capirla come persona”. Le conversazioni si allungano, emergono storie della migrazione, del nonno scomparso prima che lei nascesse, della vita tra Abruzzo e Australia: “Parlare italiano ci ha dato la possibilità di dire di più, di capirci meglio”.
Questa consapevolezza - che la lingua non è solo uno strumento, ma un luogo relazionale - attraversa anche la sua ricerca accademica. Nel suo dottorato, Talia ha analizzato un atto comunicativo apparentemente semplice: le scuse. In particolare, le email di studenti australiani che scrivono in italiano a docenti universitari. Il risultato è tutt’altro che banale. Gli studenti comprendono che in italiano esistono gerarchie e registri diversi, ma quando scrivono dall’Australia si trovano in una zona grigia. “Una studentessa mi ha detto che non sapeva se comportarsi come se fosse in Italia o come se fosse in Australia, ma in italiano”.
La lingua, dunque, non viaggia mai da sola. Porta con sé norme sociali, idee di autorità, distanza, rispetto. “In Australia l’università è molto più orizzontale. Chiami i professori per nome, sei incoraggiato a discutere. In Italia questo è impensabile”. Gli studenti australiani tendono a giustificarsi a lungo; quelli italiani, spesso, si limitano a un laconico “c’è stato un imprevisto”. Due mondi, due visioni della relazione educativa.
Oggi Walker lavora come Senior Policy Officer nell’area Early Childhood Outcomes del Dipartimento dell’Istruzione del NSW, occupandosi in particolare di forza lavoro nel settore della prima infanzia. Il suo ruolo combina ricerca, analisi dei dati, progettazione e consulenza ai livelli decisionali più alti. “Anche se siamo una piccola parte di un sistema enorme, sapere che il nostro lavoro può avere un impatto sull’inizio del percorso educativo dei bambini è una grande motivazione”.
Il passaggio dall’accademia alle politiche pubbliche non rappresenta una rottura, ma una continuità: “Per me la ricerca è fondamentale per qualsiasi intervento. Devi capire bene un fenomeno prima di poter decidere cosa fare”. È un approccio che Talia applica anche nella vita quotidiana: raccogliere informazioni, riconoscere ciò che si sa e ciò che non si sa, poi agire.
Accanto al lavoro istituzionale, Walker ha mantenuto un forte legame con la comunità italiana, anche attraverso il volontariato presso la Dante Alighieri Society di Sydney, dove ha contribuito allo sviluppo della comunicazione digitale. Un impegno che descrive come prezioso, ma non sempre facile da conciliare con la distanza geografica: “La comunità italiana oggi è molto più dispersa. Vivendo fuori città, partecipare agli eventi dopo il lavoro non è semplice”.
Eppure, il filo non si spezza. Per Talia Walker, imparare e usare un’altra lingua resta un atto profondamente trasformativo: “Ti apre a un modo diverso di vedere il mondo. Ti fa capire che le persone comunicano in modi diversi, che i valori cambiano”. E aggiunge, senza retorica: “Costruisce comprensione, tolleranza. Ed è anche incredibilmente salutare per il cervello”.
Non è un elogio astratto del multilinguismo, ma una constatazione vissuta: la lingua come spazio dove identità, relazioni e istituzioni si incontrano. E, talvolta, imparano finalmente a parlarsi.