Arresto martedì mattina con l’aereo ancora in pista. Polizia a bordo prima dei motori spenti con tanto di telecamere al seguito. Più cinematografico di così non poteva essere l’intervento delle forze dell’ordine nei confronti del pluridecorato Ben Roberts-Smith che è stato trasferito nel carcere di Silverwater a Sydney (nessuna richiesta ieri di rilascio su cauzione da parte dei suoi legali) con l’accusa di crimini di guerra. Se condannato l’ex ufficiale delle forze speciali australiane (SAS) rischia addirittura l’ergastolo (servizio a pagina 11). L’ex eroe della guerra in Afghanistan sta combattendo, ormai da anni, una difficilissima battaglia legale per respingere le accuse riguardanti la morte di cinque prigionieri tra il 2009 e il 2012 durante le sue missioni a Kakarak, Darwan e Syahchow nella provincia afghana di Oruzgan.
Sia il primo ministro Anthony Albanese che il leader dell’opposizione Angus Taylor hanno evitato di fare qualsiasi commento al riguardo, dribblando le richieste con il puntuale ricorso alla necessità di lasciare spazio al corso legale del caso. Nessun tipo di interferenza, quindi, nel rispetto della legge. Diversa la posizione di Pauline Hanson che non si è tirata indietro in fatto di commenti e visibilità dichiarando che, al contrario di altri politici, lei non ha alcuna intenzione di ‘abbandonare il soldato Ben Roberts-Smith’, ritenendolo innocente fino a prova contraria. Nessun processo è ancora in corso – ha detto subito dopo l’arresto dell’ex militare – e, assicurando di non avere alcun secondo fine dal punto di vista politico, si è apertamente schierata dalla parte dell’ex eroe nazionale e della sua famiglia. “Da anni sono sottoposti ad uno scrutinio continuo e costretti a rispondere ad accuse pesantissime” e “io so qualcosa al riguardo di questo trattamento”, ha continuato la Hanson che, nel 2003, era stata arrestata e condannata a tre anni di carcere prima di essere assolta da ogni accusa 11 settimane dopo la pesante sentenza. Durissima condanna anche nei confronti della Polizia federale per come è stato condotto l’arresto, davanti alla famiglia dell’ex ufficiale dell’unità d’élite delle forze armate australiane.
Se lo può permettere Pauline Hanson di prendere una posizione senza paura di ripercussioni e critiche: se lo può permettere perché One Nation vola alto nei sondaggi e perché, alla fine, è l’unica leader di un partito che non deve rispondere ancora niente a nessuno. Critiche, commenti, promesse e considerazioni a voce alta perché questo si aspetta il suo elettorato, quello che sta cambiando il quadro politico australiano e destando problemi e preoccupazioni ai maggiori partiti. Decisamente meno ai laburisti e molti di più ai liberali e ai nazionali. Per i primi è una questione di potenziale pericolo solo in alcuni seggi (come dimostrato nelle recenti statali del South Australia), per la Coalizione invece è la realtà di una perdita diretta di consensi legata a una frattura culturale sempre più profonda con la sua tradizionale base elettorale. Valori e politica messi in discussione da una parte di quello che era stato per anni l’elettorato di riferimento dei conservatori.
Hanson ha decisamente dalla sua parte la coerenza del suo messaggio, che non è mai cambiato attraverso gli anni e che, in questi tempi difficilissimi, pieni di contraddizioni e paure, a molti sembra più attuale e concreto che mai. Coerenza e immagine rafforzate dalla defezione dai nazionali di Barnaby Joyce. Un effetto che non deve essere sottovalutato: l’ex vice primo ministro ha portato in dote a One Nation quel pizzico di legittimità politica in più e con la sua presenza a fianco di Pauline Hanson ha reso il partito più accettabile e, su certi temi, politicamente più credibile.
Il test di tenuta - dopo la continua scalata nei sondaggi fino al sorpasso della Coalizione e l’avvicinamento addirittura ai laburisti in fatto di voti primari - nelle statali del SA è stato superato a pieni voti e, sulla base delle attuali intenzioni di voto fotografate dalle agenzie demoscopiche, c’è la possibilità di una conferma ancora più importante alle prossime suppletive per il seggio federare di Farrer (NSW): One Nation è in diretta concorrenza con la candidata indipendente-teal Michelle Milthorpe. Nel bel mezzo ci sono i liberali che, con ogni probabilità, il 9 maggio finiranno al terzo posto (dato che i laburisti hanno scelto di evitare il confronto alle urne) nel collegio lasciato vacante dalla loro ex leader, Sussan Ley. Determinante quindi il gioco dei voti preferenziali per determinare il nuovo rappresentante federale. Palla quindi nel campo di Angus Taylor che dovrà decidere, nel probabilissimo caso che la sua candidata, Raissa Butkowski, diventi l’ago della bilancia, se appoggiare David Farley (One Nation) o irrobustire ulteriormente la squadra ‘teal’ alla Camera. Una scelta che fornirà un’ulteriore indicazione di come il partito si sta muovendo anche in vista delle altre statali di gran rilievo, di fine anno, nel Victoria.
Non ci sono dubbi che l’ascesa di One Nation è reale e la teoria, sostenuta soprattutto da liberali e nazionali, di apice raggiunto e inizio imminente di una discesa e ritorno alla ‘normalità’ in fatto di alternativa ai laburisti, è più da considerare una speranza che altro, dato che gli umori popolari sembrano invariati e i rilevamenti demoscopici continuano ad indicare ancora molti dubbi in relazione alla nuova squadra Taylor.
L’insoddisfazione generale nei confronti dei maggiori partiti c’è e sta più o meno inconsciamente forzando un riposizionamento abbastanza evidente dal punto di vista politico, con scelte più nette e precise sui vari fronti: la riduzione dell’accisa sui carburanti, l’abbandono senza se e senza ma dei piani di espansione del numero dei parlamentari, il messaggio alla nazione hanno messo in evidenza la strategia dell’ascolto più attento di Albanese, che sembra stia anche spostando – data la crisi dei carburanti evidenziata dalla guerra in Iran - un po’ la mira anche per ciò che riguarda le ambizioni del suo piano energetico (stanno sparendo i traguardi numerici dei tagli delle emissioni per il 2030 e 2035 sulla tabella di marcia laburista).
Ieri, nel primo intervento al Circolo della stampa di Canberra, da leader dei partner minori della Coalizione, Matt Canavan ha puntato ancora più in alto per ciò che riguarda l’Australia che i nazionali vorrebbero: “Sto proponendo – ha detto il senatore del Queensland – una rivoluzione economica, non un avanti piano o un semplice ricorso al tasto del riavvio”. Già pronto anche lo slogan per il suo pacchetto-proposte: “Agenda patriottica per la rinascita dell’economia australiana” (altro servizio a pag. 10).
Immigrazione controllata e progetti infrastrutturali di portata nazionale: da bacini idrici a nuove arterie stradali, dal potenziamento dei porti alla costruzione di astroporti, perché “il nostro Continente è geograficamente ideale per il lancio di missili nello spazio”, ha affermato Canavan, ricordando la creazione da parte della Coalizione dell’Agenzia spaziale australiana.
Rilancio poi dell’industria dell’acciaio, grazie alle risorse naturali del Paese -“siamo i più grandi esportatori di ferro e carbone, due ingredienti fondamentali per la produzione di acciaio”, ha sottolineato il leader dei nazionali - e cancellare, una volta per tutte, l’obiettivo dello zero netto delle emissioni per il 2050 per assicurare la sicurezza energetica interna e una vera strategia produttiva, che può funzionare solo se sarà supportata da “tutti i tipi di fonti energetiche a disposizione”, facendo riferimento alle limitazioni imposte dal piano di sviluppo, a suon di miliardi, del governo concentrato quasi esclusivamente sulle rinnovabili.
Ma precise intenzioni di Canavan anche di rivoluzionare la politica familiare rendendo la nascita di un figlio una specie di evento fiscale, con aiuti mirati alle famiglie, specie nelle aree rurali, accompagnati da incentivi per sostenere il lavoro da casa per limitare - secondo il leader dei nazionali - il pendolare aereo nelle vaste aree minerarie del Paese, permettendo ad interi nuclei familiari di vivere vicino al posto di lavoro di uno dei coniugi, senza compromettere la carriera dell’altro coniuge.
Bacini artificiali, strade, porti e astroporti, acciaio, carbone, gas, nucleare e rinnovabili, pannelli solari e automobili elettriche, più figli e meno immigrati, percorsi diversi ma impegno bipartisan per il ‘Made in Australia’, un piano casa condiviso per un’Australia da rilanciare e One Nation da frenare: un pericolo per tutti, ma per la Coalizione sicuramente molto più immediato e sentito.