Sicuramente più pronti i laburisti al cambio al vertice dei liberali che i liberali stessi. Prontissimo perfino Clive Palmer che ha cominciato da subito un’altra campagna pubblicitaria, con puntuale slogan su sfondo giallo: “Congratulazioni Angus Tayolor, capitano del Titanic”. Nel sottotitolo: “Risistemare le sedie sul ponte di comando, non ha mai cambiato nulla”. Per i laburisti invece “Angus Tayolor è giusto un altro liberale”…, “un avanzo dell’era Morrison-Dutton”. Non era neanche finita la sua prima conferenza, dopo l’annuncio della breve esperienza Ley, che sono partite le bordate contro il nuovo leader. Puntuali anche gli esempi di quello che ha già fatto o non fatto: dalle tasse alle emissioni zero; dai silenzi sull’economia alla costante destabilizzazione nei confronti della prima donna alla guida del Partito liberale.
Alcuni giorni di attacchi preventivi prima della presentazione, da parte di Taylor, della nuova squadra, con tanto di attesi principi fondamentali che guideranno la sua missione di recupero di immagine e consensi di un’opposizione mai così debole e frantumata.
Nel suo discorso inaugurale, il nuovo leader ha dichiarato che i tre pilastri, sui quali si baserà la ‘ricostruzione’ e la sfida da lanciare al governo, saranno: economia, cultura e valori. Una buona base di partenza, con tanto di mini-slogan durante la presentazione del governo ombra: “Ripristinare il nostro tenore di vita e proteggere il nostro stile di vita”, ha ripetuto tre o quattro volte nel corso del suo discorso. Impegni intrecciati che si fondono nelle priorità sulle quali si è poi addentrato, con la coreografia degli interventi orchestrati dei nuovi ministri ombra del Tesoro (Tim Wilson), delle Finanze (Claire Chandler) e della Produttività, Impiego e Relazioni industriali (la vice leader Jane Hume).
Taylor ha parlato di un’agenda economica che garantisca maggiore crescita e un aumento reale dei salari, dando l’impressione che, forse, qualcuno ha cominciato a lavorare davvero dietro le quinte per iniziare a tracciare qualche tipo di percorso programmatico. Sono arrivati così, a caldo, anche alcuni obiettivi a sostegno dell’impegno di rilancio economico: meno ‘statalismo’ in stile Albanese-Chalmers, più incentivi a sostegno della piccola impresa, meno tasse, inflazione più bassa, riduzione dei costi energetici, maggiori investimenti privati. Ovviamente siamo alla fase ‘pensieri e parole’, ma almeno c’è un barlume di direzione e, dopo anni di vuoto, qualunque minima svolta non può che essere vista positivamente nella disastrata casa liberale.
Naturalmente, le politiche concrete sono un’altra cosa, ma creare da subito qualche spazio di differenziazione tra la Coalizione e il governo non può che far bene al morale dei liberali (e della politica in generale). Dopo i lunghi silenzi in fatto di idee e convinzioni della campagna 2025, ci sono stati quasi nove mesi senza alcun progetto concreto, se non quello stonato (ai fini elettorali) della retromarcia - forzata dai nazionali - su quello zero netto delle emissioni del 2050, che rimane, per ora, solo un simbolico traguardo, tra l’altro condiviso dalla maggior parte dei Paesi industrializzati.
Ma Taylor e la sua vice, Jane Hume, giustamente, in questo momento preferiscono guardare in avanti, perché voltare pagina è d’obbligo dopo una costante perdita di quota al punto di farsi superare, nelle intenzioni di voto degli australiani, addirittura dall’alternativa, che non esiste, dettata da delusione e rabbia, di One Nation. Recuperare credibilità in fretta, dunque, soprattutto puntando su quello che era sempre stato il punto di forza della Coalizione: la superiorità percepita (giustificata o meno che sia) di affidabilità per ciò che riguarda la gestione economica. E il nuovo leader ha dato l’impressione di averlo capito nella presentazione della squadra, presentandosi per un fresco inizio assieme al triumvirato economico Wilson-Chandler-Hume. Si riparte da qui, ha praticamente detto e, seppur con qualche rischio, Taylor ha cercato di mostrarsi abbastanza sicuro nel suo ruolo e ‘superiore’ alle differenze che comunque esistono all’interno del partito, confermando alcuni colleghi che sono rimasti fino alla fine vicini a Ley e altri che avrebbero preferito, per la svolta, affidarsi a Andrew Hastie. Proprio all’avversario, fino a qualche settimana fa, per la leadership, ha affidato il ruolo di primo piano di ministro ombra dell’Industria, aggiungendo all’incarico l’obiettivo strategico (auspicato dallo stesso deputato del Western Australia prima della sfida non sfida a Ley, ma anche dai laburisti) di creare una base produttiva ‘interna’.
Cultura e valori, con inevitabili affondi su due temi ‘caldi’ come l’immigrazione e il mito del traguardo-simbolo australiano del possedere una casa, che rappresenta un pilastro di stabilità e sicurezza emotiva. Ecco allora Taylor parlare, con un pizzico di retorica che non può far male quando si cerca di ridare un minimo di positività ad un partito accusato di non rappresentare più niente e nessuno, di un ritorno alla ‘normalità’ – che in questo momento sembra in limbo - di poter pensare ad una famiglia, all’acquisto di una casa, ad una nazione unita e orgogliosa dei propri valori.
Dribbling, ovviamente, su quante nuove abitazioni da costruire (data la ribadita mancanza di alloggi su scala nazionale) e sul numero ideale di nuovi arrivi, ma obiettivi di primissimo piano, assieme a sicurezza e coesione sociale, con un altro mini slogan - vagamente in stile Howard ai tempi del Tampa con il famoso “decidiamo noi chi viene o non viene in Australia” – sull’immigrazione: “I numeri sono troppo alti e gli standard troppo bassi”. Con tanto di avviso, in linea con Albanese del dopo-Bondi: “Se qualcuno vuole importare in Australia l’odio e la violenza di un altro luogo, la porta deve essere chiusa”. Il tutto da elaborare e presentare con un messaggio chiaro e calibrato negli obiettivi che non devono sembrare una specie di risposta a One Nation, ma una ponderata e realistica considerazione in base alle necessità pratiche del paese, la sua storia e i suoi valori. Pericoloso e controproducente, insomma, andare a disturbare esempi che non ci riguardano, di strategie populiste, proprio nel campo dell’immigrazione, che stanno avendo un certo successo in altre nazioni, con realtà e problemi ben diversi.
Taylor rappresenta la corrente più conservatrice del Partito liberale e l’affiancamento alla moderata Hume sembra quanto mai opportuno, con la sua vice che ha giustamente cercato di dare un’immediata risposta alle considerazioni su spinte contrapposte: “Porteremo avanti il Partito liberale – ha detto. Non a sinistra. Non a destra”. Perché i consensi si recuperano puntando sia da una parte che dall’altra: c’è, infatti, la necessità di riconquistare la fiducia un po’ di tutti, sia di quelli che stanno rivolgendo le loro attenzioni alle risposte semplicistiche di One Nation, che di coloro che hanno già espresso la loro protesta rivolgendosi all’opzione ‘teal’. Aree rurali e l’Australia delle città, con necessità spesso diverse, che richiedono risposte differenziate, ma solo al punto giusto, mantenendo equilibrio e sintesi su direzione e principi generali. Sicuramente non facile, ma non ci sono altre soluzioni che cercare di riproporre l’idea della base ampia di interessi e valori tra quello che lo stesso Taylor ha definito, ispirandosi a Howard, “il liberalismo classico e le convinzioni conservatrici” che sono le due anime del partito: “Due tradizioni, un futuro”. Insomma, in fatto di slogan e ritrovati buoni propositi i liberali del nuovo corso sembrano esserci, ma anche Ley, a parole, aveva dato la giusta impressione di un nuovo inizio dopo la batosta alle urne dello scorso maggio: ora però tocca alla parte più difficile, quella del messaggio costante e costruttivo, all’insegna dell’unità interna, per cercare di riagganciare il pubblico presentando una chiara strada da percorrere. Una strada che includa crescita, impresa, equità, sicurezza, coesione sociale, capacità di persuasione di un elettorato profondamente deluso e talvolta arrabbiato, che ha perso fiducia e sta cercando di ritrovare un minimo di competitività alle urne con una reale alternativa da prendere, al momento opportuno, in serena e seria considerazione. Fa bene anche al governo.