TEHERAN - Sono ore di frenetica attività diplomatica per tentare di fermare, almeno temporaneamente, il conflitto in Iran. Il Pakistan, in coordinamento con Egitto e Turchia, ha formalizzato una proposta di pace strutturata in due fasi: un cessate il fuoco di 45 giorni per sospendere le ostilità, seguito da un negoziato serrato per un accordo definitivo. L’intesa finale dovrebbe affrontare i nodi più critici, dalla riapertura strategica dello Stretto di Hormuz al destino dell’uranio arricchito. 

Il capo dell’esercito pakistano, il maresciallo Asim Munir, è stato il perno di una lunga notte di mediazioni, restando in contatto costante con il vicepresidente Usa JD Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi. 

Nonostante il pressing di Islamabad, la risposta di Teheran è gelida. Il governo iraniano ha chiarito, sia per vie ufficiali che riservate, di non essere disposto ad accettare tregue temporanee. Secondo la dottrina dei Pasdaran, rilanciata dall’agenzia Tasnim, una sospensione parziale “servirebbe solo a dare respiro al nemico per ricostituirsi”, mantenendo intatta “l’ombra della guerra”. 

Mentre i diplomatici discutono, il conflitto continua a mietere vittime illustri e civili. Nel 38esimo giorno di guerra, i Pasdaran hanno annunciato il “martirio” del generale Seyed Majid Khadami, potente capo dell’organizzazione di intelligence dei Guardiani della Rivoluzione. Khadami, figura chiave della sicurezza nazionale da quasi mezzo secolo, era stato nominato solo lo scorso giugno dopo l’uccisione del suo predecessore. 

Il bilancio dei bombardamenti resta pesantissimo: nelle ultime ore si registrano 34 morti, tra cui sei bambini, e nuovi raid hanno colpito l’università Sharif. 

Il tempo stringe anche a causa della nuova scadenza fissata da Donald Trump, prevista per domani. Teheran sembra aver preso sul serio la minaccia statunitense di radere al suolo le infrastrutture strategiche, come dimostra l’intensa attività di Araqchi, che ha denunciato al collega francese Barrot i potenziali “crimini di guerra” promessi dalla Casa Bianca.  

Anche l’asse Mosca-Pechino si è mosso: Serghei Lavrov e Wang Yi hanno ribadito in un colloquio telefonico che il dialogo deve sostituire immediatamente le armi. 

Tuttavia, i vertici militari iraniani non arretrano di un millimetro sulla questione marittima. “Lo stretto di Hormuz non tornerà mai più allo stato precedente, specialmente per Stati Uniti e Israele”, hanno avvertito i Pasdaran, annunciando il completamento di un piano per stabilire un “nuovo ordine del Golfo Persico”. Il viceministro degli Esteri, Hazem Gharibadi, ha assicurato che l’Iran risponderà in modo “deciso e immediato” a qualsiasi ulteriore aggressione.