Hi! My name is Dale Kerrigan, and this is my story.
Chi non riconosce, anche solo in questo saluto, l’iconico film australiano The Castle. Una storia di famiglia, appartenenza e difesa della propria casa che, a quasi trent’anni dalla sua realizzazione, continua a parlare al pubblico con una forza sorprendente.
È proprio tra memoria, cinema e identità culturale che si è conclusa la mostra ‘Italian Cinemas in Melbourne’, con una proiezione speciale del film al Palace Pentridge a Coburg e un coinvolgente Q&A con Santo Cilauro e Michael Hirsh di Working Dog, ed Elisabetta Ferrari, senior lecturer alla University of Melbourne e curatrice della mostra.
L’esposizione, che riunisce locandine cinematografiche originali provenienti dalle collezioni personali di Antonio Zeccola, fondatore di Palace Cinemas, e di Santo Cilauro, noto attore, produttore e sceneggiatore, nasce dal progetto di ricerca ‘Italian Cinemas in Melbourne: From Post War Migration to The Movie Show’, realizzato con il sostegno dell’Australasian Centre for Italian Studies (ACIS) e dell’Università di Melbourne. Il gruppo di ricerca comprende la stessa Elisabetta Ferrari e Mark Nicholls, senior lecturer in Cinema alla University of Melbourne, insieme a Cilauro e ai collaboratori e assistenti di ricerca Alice Garner e Agnese Bresin.
Una serata, quella di mercoledì 7 ottobre, che ha offerto l’occasione non soltanto di riscoprire un classico del cinema australiano, ma anche di riflettere sulle sue radici culturali, sulle contaminazioni “italiane” e sui ricordi che lo rendono una storia capace di superare i confini nazionali.
“È strano pensare che molte scene siano state riprese proprio qui nella prigione di Pentridge dove invece oggi stiamo proiettando il film – osserva Santo Cilauro, per il quale il legame con il cinema italiano affonda le radici nella sua infanzia –. Da bambino, negli anni ’70, mi piaceva rifugiarmi in un piccolo cinema italiano, ‘Cinema Italia’, per guardare film davvero brutti, ma classici intramontabili: Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, alcuni film pessimi su Ercole”.
I proprietari di quel meraviglioso cinema decisero presto di vendere l’attività; Cilauro si occupò dei dettagli legali, al posto di suo padre, avvocato di professione, che si trovava oltreoceano.
“Ho stranamente una laurea in Legge e per fortuna non ho continuato perché sarei stato il peggiore avvocato al mondo! – scherza –. Mi regalarano anche delle locandine, ma ricordo di aver preso subito quella del film più bello visto in quel cinema: la semifinale dei mondiali di calcio del 1970 tra Italia e Germania dell’Ovest a Città del Messico”.
Aveva nove anni e ricorda ancora i tifosi nervosi, il fumo, le urla e la vittoria italiana: un’esperienza collettiva rimasta impressa nella memoria, proprio come le storie condivise che avrebbero alimentato, molti anni dopo, la sua carriera. Anche The Castle, infatti, nacque da un’intuizione e da risorse limitate, quando Cilauro e i suoi collaboratori non erano ancora riusciti a convincere il produttore di essere pronti per il cinema.
“L’idea della storia di The Dish era di Tom Gleisner ed era straordinaria, quindi abbiamo pensato di fare un film ‘per fare pratica’: quel film era The Castle”.
Grazie ai risparmi ottenuti dalla produzione del programma televisivo Frontline, il gruppo si recò alla fabbrica Kodak di Coburg per acquistare la pellicola disponibile. La costosa 35 millimetri era fuori portata, ma la Super 16 consentiva di realizzare il progetto.
“Alla fine, abbiamo realizzato un film di 90 minuti, facendo calcoli matematici su una lavagna. C’era anche da pensare al cibo: potevamo lavorare per quattordici giorni con un cattivo catering o dieci giorni con una buona ristorazione? Abbiamo scelto la seconda opzione: avevamo troppi italiani, greci ed ebrei nello staff! Le aspettative culinarie erano elevate”.
Il copione prese forma raccogliendo e rielaborando aneddoti familiari, tra invenzioni ed esagerazioni: Jane Kennedy si occupò del casting, Tom Gleisner delle riscritture, Rob Sitch della regia e Cilauro delle riprese. Il risultato fu un film che, contro ogni previsione, avrebbe conquistato il pubblico ben oltre l’Australia.
“È la quintessenza della cultura australiana, ma nella mia mente è un film italiano – spiega Cilauro –. La semplicità, i valori basilari di questo film e dei suoi personaggi, anche per come è stato prodotto, mi ricorda quelle pellicole in cui mi perdevo da bambino al cinema”.
Una lettura condivisa da Elisabetta Ferrari, che riconosce nell’opera l’eredità della commedia all’italiana: “Per la sua ironia e il modo in cui racconta qualcosa che sta accadendo nella società, facendolo con un approccio molto sarcastico. E poi c’è la famiglia, con i suoi rituali quotidiani, i pasti condivisi e la solidarietà che tiene insieme i personaggi: anche questo richiama una certa atmosfera, una sensibilità cinematografica che, secondo me, è profondamente italiana”.
Rivedere il film dopo quasi trent’anni è stato per Cilauro un esercizio insieme critico e affettuoso, simile all’incontro con “vecchi parenti”. La sua curiosità, oggi, sta nel comprendere come venga accolto da chi non ha familiarità con la cultura australiana. “Mi chiedo se sia semplicemente visto come un ‘film molto australiano’ o come un film genuino, con temi universali come la casa e la famiglia; e spero sia visto proprio così”.
Che la sua forza risieda proprio in questa capacità di unire culture e generazioni lo conferma anche James Liotta, noto comico e attore, che alla proiezione ha ritrovato un ricordo personale: suo padre interpretava il papà del personaggio di Eric Bana.
“Il regista, Rob Sitch, si era ricordato del suo volto e lo ha voluto fortemente. Negli anni, ogni volta che il film passava in televisione, la gente lo chiamava per dirgli di averlo visto – racconta, sorridendo –. Mio padre non è più con noi da tre anni ormai ed essere qui stasera è anche un modo per onorarlo”.
Dopo circa trent’anni, The Castle torna a farci ridere e riflettere, perché dietro una casa da difendere, una tavola attorno cui riunirsi e una famiglia imperfetta ma solidale, c’è sempre qualcosa in cui tutti, in un modo o nell’altro, potranno riconoscersi.