La povertà non lo ha mai lasciato davvero. Ha solo cambiato volto, lingua, continente. È stata prima il freddo delle case popolari senza acqua corrente, il pane appena sufficiente, i vestiti passati di mano in mano. Poi, è diventata l’umiliazione silenziosa di sentirsi straniero, il peso della discriminazione, l’assenza di parole per esprimersi al meglio. Oggi, quella stessa povertà gli ritorna nello sguardo dei bambini che incontra ogni giorno: nei loro stomaci vuoti prima di andare a scuola, nelle famiglie che non riescono a pagare l’affitto, nelle infanzie che terminano troppo in fretta e che imparano troppo presto a resistere.

Tony Pietropiccolo la povertà non l’ha studiata, l’ha abitata davvero. L’ha incrociata nell’Italia del secondo dopoguerra, quella che non entra nelle cartoline. “Eravamo incredibilmente poveri – mi racconta commosso –. Vivevamo in una casa popolare con due camere da letto, in cinque o sei persone, senza acqua corrente né impianto di riscaldamento. C’era pochissimo cibo e pochissimi vestiti”.

Suo padre, Maturino Pietropiccolo, lavorava saltuariamente come bracciante, con salari molto bassi e talvolta senza alcuna retribuzione dai proprietari terrieri. Sua madre, Giovanna Marchesani, lavava i panni per i vicini, ricevendo spesso in cambio solo cibo o vestiti. Intorno, un Paese ferito dalla guerra, con case danneggiate e un’economia devastata. Per molte famiglie, come la sua, partire non fu una scelta, ma pura necessità. La sua è stata infatti una povertà intessuta di dignità e tratteggiata di silenzi e partenze. E forse è per questo che, da quasi cinquant’anni, ha scelto di starle accanto senza voltarsi dall’altra parte, prima come migrante, poi come assistente sociale, consulente per il Tribunale dei minori in Western Australia, dirigente e fondatore di iniziative che hanno da sempre chiesto un cambiamento radicale: ascoltare i più piccoli, riconoscerli, proteggerli.

Il primo a lasciare l’Italia è stato suo padre,  nel lontano 1956. Un sacrificio enorme per lui: “Non gli è mai piaciuto vivere in Australia. Sentiva sempre il richiamo del Belpaese – ricorda –. Ha letteralmente vissuto in una tenda nelle aree più remote del Western Australia per risparmiare abbastanza da permettere a noi tutti di raggiungerlo”.

In quello stesso anno, Pietropiccolo ha iniziato la scuola, vivendo per fortuna in una comunità molto unita e stringendo amicizie che sarebbero durate per tutta la vita. Per sua madre, invece, l’idea di emigrare aveva un significato differente: Down Under avrebbe raggiunto un fratello, una sorella e svariati cugini, stringendo la speranza di riuscire a garantire ai figli una vita migliore.

Pietropiccolo (destra) insieme a sua madre, Giovanna Marchesani, e sua sorella Maria nella loro città d’origine, Ortona in Abruzzo, prima di emigrare in Australia

Hanno quindi deciso di lasciare la loro Ortona, pittoresca città in provincia di Chieti, in Abruzzo, il 3 settembre 1960, imbarcandosi sulla nave ‘Neptunia’: “Insieme a mia madre e mia sorella Maria, siamo arrivati a Fremantle, in Western Australia, il 28 settembre dello stesso anno: sono date che non si dimenticano”, afferma con la voce che dolcemente si incrina. 

Era un mondo completamente nuovo, ma non per questo ospitale. L’Australia si mostrava vasta e lontana, e ai nuovi arrivati offriva sguardi diffidenti, silenzi pesanti. Bisognava dimostrare di meritare davvero spazio, voce e futuro, in una terra che chiedeva molto e concedeva molto lentamente. “È stato un vero e proprio shock culturale – spiega –. Non solo la lingua, ma tutto era differente: l’abbigliamento, il cibo e anche lo sport, come il cricket o il football, mai visti prima. C’era molta discriminazione, molta negatività verso i nuovi arrivati, in particolare nei confronti degli italiani”.

Anche tra i banchi di scuola non c’era supporto, nessun aiuto per imparare l’inglese o per sentirsi parte della comunità. “Dovevi arrangiarti da solo”, aggiunge.

In questa nuova realtà, i bambini italiani finivano per stare insieme, per proteggersi a vicenda. E Fremantle è stata determinante. La presenza di una grande comunità giunta tutta dal Belpaese ha difatti reso l’impatto meno arduo. Tutti affrontavano le stesse difficoltà, tutti cercavano di orientarsi in una terra straniera. C’era un forte senso di solidarietà: “Questo ci ha permesso di mantenere intatta la nostra identità”, racconta.

Non c’era bisogno di rinnegare le proprie radici. Per Pietropiccolo, infatti, si poteva essere italiani e australiani allo stesso tempo. Le ferite della discriminazione, però, non si sono mai del tutto rimarginate: “Hanno avuto un impatto che mi porto dietro da tutta la vita – ammette –. Tuttavia, non mi ha mai impedito di contribuire alla comunità australiana”.

Anche sua madre, nel corso degli anni, ha trovato un lavoro in un ristorante per aiutare la famiglia. Una vita semplice, senza vacanze, senza viaggi. Solo lavoro, sacrificio e una gestione attenta delle finanze che ha permesso ai suoi genitori di comprare una casa e garantire “l’essenziale”. “Non avevamo nulla di speciale – aggiunge –, ma avevamo tutto ciò di cui avevamo bisogno”.

Dopo gli studi superiori, Pietropiccolo si è ritrovato come moltissimi davanti a un bivio, senza sapere quale strada intraprendere, finché l’interesse per le questioni sociali l’ha guidato coraggiosamente verso l’assistenza sociale e la psicologia. Due lauree e una vocazione chiara: lavorare accanto ai più vulnerabili, interrogandosi sulle strutture sociali che producono ingiustizie profonde. Ed è così che è poi nata la Valuing Children Initiative (VCI) nel 2016, un progetto che intende ribaltare la visione comune che si ha sull’infanzia: non più soltanto “un investimento per il futuro”, ma un contributo reale nel presente, perché i bambini partecipano già oggi, ogni giorno, alla vita e alla forza della società, con la loro presenza, le loro idee e il loro sguardo unico sul mondo.

Eppure, nonostante l’Australia risulti tra i Paesi più ricchi al mondo, la povertà infantile resta un’emergenza invisibile. Secondo il rapporto ‘Poverty in Australia 2025’, circa un bambino su sei vive in povertà, le famiglie coinvolte guadagnano in media il 44 percento in meno, affrontando ogni giorno insicurezza alimentare, difficoltà abitative e limitato accesso a servizi essenziali come educazione e assistenza sanitaria, soprattutto a causa dei costi di alloggio e dell’inadeguatezza delle misure di sostegno pubblico. “C’è la convinzione che chi è povero non si impegni abbastanza, che non meriti aiuto. Questo rende qualsiasi discussione sulla povertà politicamente difficile”, afferma Pietropiccolo.

E di fronte a tali barriere culturali e istituzionali, la campagna ‘End Child Poverty’ – sostenuta da oltre 180 organizzazioni e dai children’s commissioners di tutto il Paese – chiede una legge nazionale per definire e affrontare sistematicamente la povertà infantile, riconoscendola non come un destino individuale, ma come una responsabilità collettiva. 

Nel suo lavoro a Centrecare, organizzazione senza scopo di lucro dedicata ai servizi per la comunità, di cui è direttore da ormai 37 anni, Tony Pietropiccolo si fa ogni giorno testimone della vulnerabilità di una società complessa che troppo spesso dimentica i più piccoli. “Qualunque cosa tu faccia, non sei mai solo – afferma –. Siamo oltre trecento persone nella nostra organizzazione e nell’ultimo periodo abbiamo sviluppato circa 63 servizi per la comunità del Western Australia: supporto ai senzatetto, a coniugi separati, a chi affronta problemi psicologici, familiari o finanziari. È un lavoro enorme ed è possibile solo grazie a persone straordinarie e al sostegno delle istituzioni. Sono sempre stato dell’idea che nulla si ottiene da soli. Ogni riconoscimento personale (come la medaglia come membro dell’Ordine d’Australia per il suo impegno indefesso verso i più deboli e la creazione di programmi volti a garantire l’accesso ad alloggi a prezzi accessibili e a promuovere il benessere di aborigeni e rifugiati, ndr) è solo una parte della storia. È il risultato del contributo dei miei genitori, degli amici, degli insegnanti, dei colleghi e del supporto di tante persone”.

Per Pietropiccolo, ovviamente, questo impegno ha radici profonde nella sua infanzia, in quella sua doppia appartenenza culturale – italiana e australiana – che ancora trascina con sé come una ricchezza e una ferita. “Quando vado in Italia, sono visto come australiano e quando sono in Australia sono visto come italiano. Da migrante, vivi perennemente in questi due mondi”, riflette con la lucidità di chi ha imparato a navigare tra due identità e a farne una forza.

Tornare ad Ortona ogni anno non è solo un ritorno alle radici, ma un atto di riconciliazione con quella parte del suo essere che è stata bambino, povero, migrante. È ritrovarsi negli sguardi di vecchi amici, seduti insieme nei cortili delle case popolari dove sono cresciuti, a ricordare che l’appartenenza non si perde, anche quando la storia ti porta lontano.

E proprio uno dei suoi amici d’infanzia, Tommaso Iurisci, un compagno di scuola durante gli anni in Abruzzo, l’ha nominato al celebre ‘Premio 28 Dicembre Città di Ortona’, il massimo riconoscimento civico assegnato annualmente per celebrare l’anniversario della liberazione della città nel 1943, che omaggia cittadini, associazioni e istituzioni che si sono distinti per impegno, cultura e promozione del territorio. Il riconoscimento ha onorato Tony Pietropiccolo per la sua leadership e per il suo impegno decennale nella giustizia sociale e nel sostegno alle comunità vulnerabili. La sua storia, fin dai primi passi modesti a Ortona, è testimonianza del potere della compassione e della perseveranza.

Pietropiccolo (secondo da sinistra) stringe il ‘Premio 28 Dicembre’ davanti alla casa popolare dove ha vissuto da bambino nella città di Ortona. In foto, insieme ai suoi amici d’infanzia negli anni trascorsi in Italia, da sinistra: Nino Valente, Tony Pietropiccolo, Tommaso Iurisci e Corrado Ciavalini

“Mio padre ci parlava sempre di Ortona, della bellezza delle maggiolate, della musica e, naturalmente, dei vigneti. Il suo amore per questa terra ci ha contagiati
e ci ha trasmesso un legame profondo, nonostante le migliaia di chilometri che ci separavano – racconta Pietropiccolo durante la cerimonia di premiazione nella sua città natale –. Ricevere questo premio è come un sogno, perché non avrei mai potuto immaginarlo. E non onora soltanto me, ma anche il sostegno e la cura che ho ricevuto dalla mia famiglia, in particolare da mia moglie Vicki e da tutti i miei amici e dai colleghi di lavoro”.

“Gli aborigeni d’Australia parlano del ritorno ‘alla terra’, i luoghi verso i quali sentono un legame speciale, perché è lì che si sentono realizzati. Ed io torno molto spesso a Ortona, perché è qui che ‘ritorno alla terra’. È qui che ritrovo un pezzo importante della mia vita”.

Tony Pietropiccolo ancora oggi custodisce dentro di sé quel bambino di 10 anni che ha lasciato la sua città natale per affrontare l’ignoto. Tornare a Ortona, ritrovarsi con gli amici di scuola nei cortili delle case popolari dove hanno vissuto, “seduti insieme a bere un caffè”, è per lui un vero e proprio ritorno all’infanzia, un momento in cui passato e presente si intrecciano, e il valore dell’appartenere diventa incredibilmente tangibile.