TEHERAN - Il ritmo degli attacchi missilistici di Teheran contro Israele ha subito nelle ultime ore una frenata drastica, aprendo un acceso dibattito tra gli analisti internazionali. Mentre il presidente Usa Donald Trump parla di un Iran ormai “al collasso militare”, le letture che arrivano dal Golfo suggeriscono una possibile riorganizzazione strategica del cosiddetto “Asse della Resistenza”.
Secondo i monitoraggi di Al Jazeera, il cambiamento nel volume di fuoco è evidente. Se fino a pochi giorni fa l’Iran lanciava tra le 5 e le 10 ondate missilistiche quotidiane, tra domenica 15 e lunedì 16 marzo sono state registrate soltanto due fasi (la 55ª e la 56ª).
Questo ridimensionamento ha spinto Donald Trump a una dichiarazione netta sull’operazione iniziata il 28 febbraio: “Le capacità missilistiche dell’Iran sono ridotte all’8%. Le nostre forze e quelle israeliane hanno colpito duramente ogni giorno postazioni di lancio, fabbriche di droni e depositi”.
Perché l’Iran ha rallentato? Gli esperti si dividono su due scenari principali: da un lato, i raid costanti di Stati Uniti e Israele potrebbero aver effettivamente degradato le capacità tecniche di lancio e la logistica interna, rendendo impossibile mantenere i ritmi della prima settimana di guerra.
Dall’altro, alcuni analisti ritengono che il calo rifletta un cambiamento deliberato nella condotta delle operazioni, con l’Iran impegnato a redistribuire gli sforzi bellici per trasformare il conflitto in un unico teatro di scontro che va dall’Iraq al Libano. In questo secondo caso, l’obiettivo non sarebbe più il colpo devastante, ma una pressione costante e distribuita volta a logorare progressivamente le difese israeliane nel lungo periodo.
Fonti vicine agli ambienti militari iraniani citate da Doha parlano inoltre di preparativi per fasi successive “più intense”, che potrebbero prendere di mira asset strategici e ancora più sensibili.
Sul fronte politico, l’Iran cerca di gestire l’isolamento regionale. Prima che venisse annunciata la sua morte, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, aveva diffuso un messaggio cruciale indirizzato al mondo islamico.
L’obiettivo del testo, secondo gli osservatori, era chiarire che le operazioni iraniane non mirano ai Paesi del Golfo o ai vicini musulmani, cercando così di rassicurare i vicini arabi e prevenire la formazione di una coalizione regionale anti-iraniana. Parallelamente, il messaggio puntava a preservare i canali di dialogo e gettare le basi per una gestione post-conflitto dei rapporti bilaterali, mostrando preoccupazione per le reazioni irritate delle capitali arabe agli ultimi attacchi di Teheran.
In sintesi, mentre il braccio militare sembra accusare i colpi della tecnologia occidentale, quello politico tenta una difficile manovra di contenimento per non alienarsi definitivamente il vicinato.