Succede spesso, in quei momenti che resteranno impressi nella storia, che ogni argomento, ogni tema, che sia di politica interna o internazionale, inevitabilmente si intreccia e trova un terreno comune che va oltre la pura dimensione geografica.

Le crisi geopolitiche, infatti, non restano mai distanti. Ci entrano letteralmente in casa sotto forma di volatilità energetica, nervosismo dei mercati, catene di approvvigionamento più fragili. E quando il mondo si fa più pericoloso, anche il concetto di trovare un equilibrio cambia e diventa più fluido: non è più soltanto un mero perimetro di bilancio economico entro cui distribuire risorse, ma diventa la cartina di tornasole della capacità di un governo di scegliere priorità, gestire rischi e garantire stabilità.

C’è un momento, nella vita politica di un Paese, in cui le parole smettono di essere un esercizio retorico e diventano un test di credibilità. L’Australia è vicina a quel punto. La manovra di maggio del governo di Anthony Albanese si annuncia come uno spartiacque: non solo per la pressione del costo della vita che continua a mordere, ma per la brusca accelerazione dell’incertezza globale dopo l’attacco di Israele e Stati Uniti in Iran e la notizia della morte dell’ayatollah Ali Khamenei.

In questo quadro il messaggio della ministra degli Esteri Penny Wong, in conferenza stampa ieri mattina, è stato chiaro e, deliberatamente, politico. L’Australia - ha detto Penny Wong - “sta con il popolo iraniano” nella sua lotta contro l’oppressione, contro il regime di Teheran che è una forza destabilizzante attraverso programmi missilistici e nucleari, il sostegno a milizie e la repressione interna. Wong ha ribadito che la comunità internazionale non può permettere che l’Iran ottenga un’arma nucleare, e che Canberra sostiene l’obiettivo di impedirlo. Ma nello stesso spazio ha tracciato una linea: l’Australia non ha partecipato ai raid e non vuole un’escalation regionale; chiede protezione dei civili, rispetto del diritto umanitario e ritorno a dialogo e diplomazia.

Sono parole che dovrebbero avere una ricaduta anche sul fronte interno. Perché un governo che invoca responsabilità internazionale e prudenza strategica deve poi dimostrare di saper governare la prudenza anche in economia. E deve farlo in un contesto che, da tempo, mette l’Australia davanti a una contraddizione: c’è bisogno di servizi pubblici migliori, case più accessibili, energia affidabile e bollette più basse; ma non si vuole pagare il prezzo politico di riforme che toccano privilegi, rendite e abitudini fiscali.

In questo contesto entra in scena la manovra finanziaria di maggio. Albanese, intervenendo la settimana scorsa a Melbourne, ha parlato di una riforma economica “di vasta portata”. Ha insistito su un punto che è quasi un manifesto di metodo: mantenere gli impegni presi in campagna elettorale, “spuntarli uno a uno”, e poi andare oltre, perché - ha detto - “quello è il minimo” e “non c’è limite alla nostra ambizione”. È un’impostazione che suona bene. Ma l’ambizione, in politica economica, non si misura con la retorica: richiede la capacità di sostenere una direzione anche quando la pressione aumenta, quando i sondaggi oscillano, quando da più parte si alzano voci sempre più insistenti.

Il problema di fondo è purtroppo noto e ne parliamo spesso su queste colonne: produttività piatta, salari reali che non hanno recuperato la perdita degli anni recenti, inflazione che ha bruciato potere d’acquisto e costringe la Reserve Bank a mantenere una postura severa. L’Australia, nel frattempo, continua a vivere una sorta di costante ossessione: la casa. Non solo come bisogno primario, ma come fondamenta di ricchezza, sicurezza e identità. E quando il sistema immobiliare produce una frattura tra generazioni, tra chi è dentro il mercato immobiliare e chi è ancora fuori e fuori rischia di restare, la politica viene risucchiata in un campo minato.

Ecco perché, nelle indiscrezioni e nei “non lo escludiamo” di questi giorni, riemergono negative gearing e capital gains tax. Il governo, almeno secondo le dichiarazioni di intenti del Primo ministro, non ha chiuso la porta a cambiamenti. Anzi, dall’interno della maggioranza si riconosce proprio che avrebbe senso considerare negative gearing e capital gains tax tutti insieme. Jim Chalmers, senza entrare nei dettagli, ha adottato la postura che ogni Tesoriere dovrebbe avere quando si avvicina un bilancio: il Tesoro valuta opzioni continuamente; le decisioni, se arriveranno, saranno del governo nel suo insieme. C’è del buonsenso in questa prudenza. Ma c’è anche un rischio: quello di lasciare che il dibattito si riduca a un regolamento di conti tra “proprietari” e “giovani”, tra “investitori” e “aspiranti acquirenti”, come se bastasse ritoccare un paio di leve fiscali per risolvere una crisi strutturale. La realtà è più ostinata. Perché la casa è soprattutto un problema di offerta: tempi di approvazione, vincoli urbanistici, infrastrutture, costo del lavoro, catene dei materiali, capacità del settore edilizio. Le misure fiscali possono spostare incentivi, redistribuire domanda, attenuare alcune distorsioni. Ma se l’offerta non accelera, il risultato rischia di essere un rimescolamento delle carte con effetti limitati sui prezzi e una nuova ondata di polarizzazione politica.

Detto questo, ignorare l’effetto degli incentivi fiscali sarebbe altrettanto miope. Negative gearing e capital gains tax non sono semplici dettagli che coinvolgono soltanto la contabilità nazionale: sono scelte di sistema che influenzano il comportamento degli investitori, la convenienza tra investimenti produttivi e rendite, la composizione del risparmio delle famiglie. Se un Paese vuole davvero parlare di produttività, deve avere il coraggio di chiedersi se sta premiando il capitale che costruisce, innova e assume, o il capitale che rincorre rendimenti immobiliari alimentati anche da regole favorevoli. E deve farlo senza creare polarizzazioni di buoni e cattivi: perché una parte consistente della classe media australiana ha investito in immobili come forma di previdenza ‘fai-da-te’, spesso in assenza di alternative percepite come sicure.

Qui sta l’equilibrio che serve anche a noi, come osservatori: criticare con rigore ciò che non funziona, senza trasformare la discussione in una anacronistica guerra di classe.

Il governo Albanese non può far finta che la sostenibilità dei conti pubblici sia un tema secondario. La dinamica della spesa, tra programmi in forte crescita e costi di finanziamento che possono aumentare se lo scenario globale peggiora, restringe lo spazio di manovra.

La credibilità fiscale non è un feticcio per economisti: è la condizione che permette a un governo di intervenire quando serve, senza essere strozzato dagli interessi.

Ma sarebbe ingeneroso ignorare un dato: Chalmers ha mostrato, fin qui, un istinto da Tesoriere che conosce il confine tra ambizione e avventurismo. Almeno finora non sembra essere uno che “promette” scorciatoie. In un momento storico dove per la politica c’è sempre la tentazione di annunciare tutto e il contrario di tutto, assumere un atteggiamento di sobria prudenza potrebbe essere un valore. Il punto è come trasformare questa prudenza in direzione politica.

Perché l’Australia oggi ha bisogno di una manovra che tenga insieme tanti livelli, tra cui, in primis, una strategia strutturata e di lunga visione per la produttività. Misure coerenti che incoraggino investimenti, concorrenza, formazione, capacità tecnologica.

Se il Paese non torna a far crescere la produttività, ogni redistribuzione diventa un’operazione sterile, fine a se stessa. Tutto questo non può escludere maggiore disciplina sulla spesa, non austerità, ma la capacità di distinguere tra ciò che è essenziale e ciò che è diventato insostenibile.

Altro livello inevitabile afferisce a una lettura realistica della geopolitica. Wong ha detto che l’Australia non vuole un conflitto regionale più ampio e che la priorità è la sicurezza degli australiani. Bene, ma anche la sicurezza ha un costo, in difesa, intelligence, etc., e quel costo entra nel bilancio. L’attacco in Iran, le ritorsioni, l’aria di escalation, la vulnerabilità delle rotte: tutto questo si traduce in rischio economico. E il rischio economico, prima o poi, diventa costo per famiglie e imprese.

In mezzo a questa complessità, c’è una verità semplice: l’Australia non può permettersi l’immobilismo. Ma non può nemmeno permettersi la leggerezza. La politica economica ormai è sempre di più interconnessa alla sicurezza nazionale. Un Paese che non cresce, che non investe, che non tiene sotto controllo la traiettoria della spesa, è un Paese più vulnerabile agli shock esterni e più esposto a fratture interne.