Ci sono storie di migrazione che si raccontano in numeri: anni, partenze, arrivi, lavori trovati o persi.

E poi ci sono storie che si raccontano attraverso gesti, silenzi, nomi cambiati, lingue dimenticate o ritrovate. La storia di Damien Messina appartiene alla seconda categoria.

La sua è una genealogia che attraversa la Sicilia, il Lazio, la Germania, l’Australia e ritorna ancora una volta in Sicilia, chiudendo cerchi che sembravano destinati a restare aperti per sempre.

Entrambi i genitori di Damien sono nati in Italia. La madre in Sicilia, nella provincia di Messina, il padre nel Lazio, a Frosinone, anche se la sua famiglia affonda nuovamente le radici in Sicilia, nella provincia di Enna.

La storia familiare ha il sapore dei racconti tramandati a voce: un nonno che, durante una parata militare, vede una donna tra la folla, se ne innamora e dopo appena una settimana fugge con lei per sposarla. Una decisione improvvisa, quasi impulsiva, che inaugura una linea familiare segnata da movimenti continui.

Come molti migranti italiani del dopoguerra, anche la famiglia di Damien lascia l’Italia inseguendo l’idea di un futuro migliore. Il viaggio verso l’Australia avviene in nave, e l’arrivo non ha nulla di semplice. L’inserimento è duro, l’inglese resta estraneo per decenni: “Il nonno - racconta Damien - vive in Australia da oltre cinquant’anni senza aver mai imparato la lingua”. La vita si organizza allora attorno alla comunità italiana: quartieri, lavori manuali, luoghi di ritrovo. Tra questi, un ristorante di Darlinghurst chiamato No Names, punto di riferimento per i migranti quando la cucina italiana non era ancora parte del paesaggio culturale australiano.

Quando i genitori arrivano in Australia sono molto giovani, lui 14enne, lei ancora una bambina. Il desiderio dominante è quello di integrarsi completamente. Non rinnegano le origini, ma non le esibiscono. Vogliono diventare australiani.

Questo si riflette anche nelle scelte più intime: Damien e sua sorella ricevono nomi inglesi. Solo anni dopo, quando l’identità italiana diventa culturalmente “desiderabile”, i figli nati dal secondo matrimonio del padre porteranno nomi italiani. È un cambiamento che racconta bene l’evoluzione dello sguardo sociale sull’immigrazione: da segno da nascondere a tratto da rivendicare.

Per Damien, crescere con un background italiano negli anni Ottanta e Novanta significa invece vivere una fase diversa: calcio, moda, cultura italiana diventano simboli di prestigio. L’identità non è più un peso, ma una risorsa. C’è un’osservazione che Damien formula con lucidità: le famiglie migranti tendono a congelare la cultura del paese d’origine nel momento in cui lo lasciano. “La mia casa d’infanzia - dice - era essenzialmente una casa siciliana degli anni Cinquanta”. Un modello culturale fermo nel tempo, mentre l’Italia reale cambiava.

Quando visita l’Italia per la prima volta, a 17 anni, prova una sensazione inattesa: familiarità immediata. Non si sente straniero. I gesti, i toni, il rapporto con il cibo, il modo di stare insieme, tutto rispecchia ciò che ha visto a casa sua per tutta la vita. Eppure scopre anche che l’Italia contemporanea non è quella che i genitori avevano lasciato. Divorzi, tatuaggi, trasformazioni sociali profonde. Il paese reale si è mosso; la memoria familiare era rimasta ferma.

Uno dei momenti più intensi della sua vita avviene quando ha circa vent’anni. Dopo la morte della nonna materna, la madre scopre che il padre biologico, che aveva sempre creduto morto, è vivo, in Sicilia. Damien decide di partire per trovarlo.Arriva nel paese di Spadafora, in provincia di Messina, con un nome e poche informazioni. Scopre che l’uomo è un barbiere. Entra nel negozio, si fa radere la barba, poi rivela la propria identità.

Il nonno apre un cassetto e mostra un medaglione con la foto della madre da bambina, l’ultima immagine che aveva di lei.

L’incontro è emotivo e teatrale, come spesso accade nelle storie italiane raccontate senza filtri. La relazione tra madre e padre ritrovato non funzionerà, segnata da ferite troppo profonde. Ma Damien costruirà con lui un rapporto duraturo, tornando in Sicilia ogni anno.

Oggi la storia familiare continua a espandersi in direzioni impreviste. Il figlio di Damien è metà cinese e metà italiano. Porta il cognome Messina, unico tra i discendenti maschi della famiglia. Per il bisnonno, cresciuto nella Sicilia rurale e segnato da un mondo culturalmente omogeneo, questa combinazione è sorprendente e quasi ironica. Non inquietante, ma simbolo evidente di quanto il mondo sia cambiato nel giro di una sola vita.

Professionalmente Damien lavora nella gestione di progetti tecnologici, spesso in contesti internazionali. Team distribuiti tra continenti diversi, decisioni collettive, leadership fondata sulla diversità di prospettive. La multiculturalità, per lui, non è un’idea astratta ma una realtà quotidiana. Tuttavia osserva anche le sue tensioni: globalizzazione, competizione economica, identità urbane frammentate. “Sydney - sostiene - è talmente composta da molteplici comunità da rendere difficile definire un’identità unica e condivisa”.

La vicenda di Messina attraversa assimilazione, perdita, ritrovamento, trasformazione culturale e mescolanza generazionale e, pur essendo unica, rimane la storia di come le identità migranti non si limitano a spostarsi nello spazio: cambiano forma, si congelano, si reinventano, si intrecciano con altre identità. E a volte ritornano al punto di partenza, come un giovane uomo che entra in una bottega di barbiere in Sicilia e scopre che il passato, in realtà, non era mai davvero scomparso.