Al Co.As.It. di Carlton, una tavola rotonda sul rapporto tra traduzione letteraria e intelligenza artificiale riunisce gli ospiti, accolti con un bicchiere di vino. Al centro del dibattito c’è una domanda chiave: che cosa accade alla traduzione letteraria e al lavoro del traduttore quando entra in gioco l’intelligenza artificiale.
Brigid Maher, professoressa di Studi Italiani alla La Trobe University e traduttrice, apre il suo intervento con un aneddoto divertente: mentre preparava il suo discorso, il software di dettatura che stava utilizzando ha riconosciuto correttamente solo la frase “Literary translation is a literary translation”, trasformando invece altre parole in modi bizzarri: ‘Using’ è diventato ‘music’ e ‘Dimensions’ è diventato ‘lamingtons’. Tra le risate del pubblico, l’episodio sottolinea uno dei temi centrali della serata: i limiti della tecnologia nell’interpretare la complessità del linguaggio umano.
L’intervento di Maher si inserisce nella tavola rotonda Literary Translation & AI, organizzata dall’Australian Association for Literary Translation in collaborazione con Co.As.It. La traduttrice racconta di non aver mai utilizzato l’AI generativa nel proprio lavoro di traduttrice, una scelta tutt’altro che scontata in un settore già profondamente toccato dall’automazione: secondo un recente sondaggio della Society of Authors britannica, oltre il 30% dei traduttori ha già perso incarichi a causa dell’automazione.
La rapidità e il basso costo delle traduzioni automatiche attraggono molti committenti, ma qui il punto è un altro: cosa si perde quando la traduzione non è più un atto umano?
Accanto a Maher ci sono tre voci diverse: la poetessa e linguista Judith Bishop (La Trobe University), l’esperto di Linguistica applicata Ward Peeters (Monash University) e il docente di Studi coreani Adam Zulawnik (University of Melbourne).
Peeters spiega come funziona davvero un’intelligenza artificiale. I chatbot non capiscono davvero le parole, ma operano su sequenze numeriche. Anche domande semplici, come “quante R ci sono in strawberry?” possono portare a risposte sbagliate.
La macchina non vede lettere o significati, ma solo dati. Il limite emerge anche in un caso di studio presentato da Peeters. Una sua dottoranda ha fatto tradurre a un’intelligenza artificiale Lo sconosciuto, celebre poesia russa di Aleksandr Blok, confrontando il risultato con la traduzione storica di Vladimir Nabokov. Il modello resta fedelissimo all’originale, verso per verso, ma il “cuore” della poesia, dice Peeters, si perde. Manca quella libertà con cui un traduttore umano sposta e intensifica le immagini da un verso all’altro, per far arrivare al lettore non solo le parole, ma anche la sensazione. La macchina copia, ma non interpreta. Riproduce, ma non sente.
Per Maher, il divario tra comprensione umana e traduzione automatica resta insormontabile. Tradurre è un atto fisico che coinvolge memoria, esperienza, sensibilità e corpo. Racconta di come, mentre traduceva un romanzo di Pitzorno, le sia venuto il tono giusto per la protagonista pensando ai modi di dire della madre. Questa è una memoria familiare che nessun algoritmo potrà mai ricreare. Tradurre vuol dire rivivere il testo, lasciarsi attraversare dalle sue emozioni e restituirle in un’altra lingua.
Questa differenza tra traduzione umana e automatica non riguarda soltanto le capacità tecniche delle macchine, ma ha anche profonde implicazioni culturali ed educative. Da qui, Adam Zulawnik parla del rischio che le nuove generazioni, abituatesi alle traduzioni istantanee sugli smartphone, smettano di studiare le lingue. Imparare una lingua cambia il modo di vedere il mondo e di capire sé stessi. Rinunciare a questa esperienza sarebbe una perdita personale e collettiva.
Judith Bishop, poetessa e traduttrice, si concentra sulla dimensione artistica della traduzione, un processo che richiede sintonia con il testo e lascia spazio a scelte interpretative, sensibilità e libertà creativa. In questo quadro, ogni traduttore, nel dare una nuova voce all’opera originale, contribuisce a ricrearne i significati e le sfumature.
È proprio in questa complessità che si inserisce il dibattito sull’intelligenza artificiale: se da un lato gli algoritmi possono suggerire varianti linguistiche e soluzioni lessicali, dall’altro resta da capire se siano in grado di restituire la profondità emotiva e l’unicità stilistica di un’opera.
La tecnologia potrebbe aprire nuove possibilità di interazione con il testo e stimolare forme inedite di creatività, ma solleva anche interrogativi sul ruolo del traduttore.
A questo punto, quanto può essere autonoma una creatività algoritmica? E che cosa accade al valore artistico della traduzione quando ci si affida sempre più a strumenti automatici? Sono domande che riguardano non soltanto chi lavora nel settore, ma anche il modo in cui, attraverso la traduzione, le opere continuano a viaggiare tra lingue e culture.