TEHERAN - Definito da molti un mediatore “improbabile”, il Pakistan è riuscito nell’impresa di strappare un accordo di cessate il fuoco tra Washington e Teheran. Dopo oltre un mese di raid Usa e israeliani sulla Repubblica Islamica, Islamabad ha condotto una trattativa serrata, agendo come l’intermediario decisivo in una delle crisi più pericolose degli ultimi decenni.
Secondo ricostruzioni della BBC, i colloqui sono proseguiti a “ritmo sostenuto” in una cerchia ristrettissima di funzionari pakistani. A giocare un ruolo chiave è stato il potente capo dell’Esercito, Asim Munir, descritto come il “feldmaresciallo preferito di Trump”.
Poco prima dell’annuncio ufficiale, il tycoon avrebbe parlato direttamente con Munir e con Benjamin Netanyahu per definire i dettagli. La pressione pakistana è stata evidente: solo poche ore prima dell’intesa, Islamabad aveva condannato duramente gli attacchi iraniani alle infrastrutture saudite, definendoli un’escalation in grado di “vanificare gli sforzi di pace”. Una mossa che ha spinto Teheran a più miti consigli.
Accanto al lavoro di Islamabad si è mossa Pechino. Il New York Times, citando funzionari iraniani, ha confermato un forte pressing cinese dell’ultima ora. La Cina, principale acquirente di petrolio iraniano, ha chiesto esplicitamente a Teheran di mostrare “flessibilità”.
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, reduce da una missione in Pakistan, ha coordinato un’iniziativa in cinque punti per fermare i combattimenti, sottolineando che l’uso della forza non avrebbe portato a una stabilità duratura. Pechino attende ora la visita di Trump a metà maggio, consolidando il proprio ruolo di garante degli equilibri energetici nel Golfo.
Nonostante l’ottimismo, restano zone d’ombra che minano la solidità dell’accordo. Nel suo annuncio su X, il premier pakistano Shehbaz Sharif ha parlato di un cessate il fuoco “ovunque, compreso il Libano”. Tuttavia, la smentita di Israele è stata immediata.
L’ufficio di Netanyahu, pur sostenendo la decisione di Trump di sospendere i raid sull’Iran per due settimane, ha precisato che la tregua non include il Libano. Le operazioni dell’Idf (Forze di difesa israeliane) contro Hezbollah continuano infatti senza sosta, confermando che, se il fronte diretto con Teheran si è momentaneamente raffreddato, la guerra per procura resta più accesa che mai.