WASHINGTON - Donald Trump ha alzato i toni contro gli alleati occidentali e asiatici, accusandoli di non aver sostenuto gli Stati Uniti nella gestione del conflitto con l’Iran.
Durante una lunga conferenza stampa alla Casa Bianca, il presidente americano ha puntato il dito contro la NATO e contro Paesi come Australia, Giappone e Corea del Sud, ritenuti assenti nelle operazioni legate alla riapertura dello Stretto di Hormuz e alle iniziative militari contro Teheran.
“L’Australia non ci ha aiutato. Il Giappone non ci ha aiutato. La Corea del Sud non ci ha aiutato”, ha dichiarato Trump, sottolineando il peso della presenza militare statunitense nella regione asiatica. Ha ricordato i circa 50mila soldati di stanza in Giappone e i 45mila nella Corea del Sud, presentando questi numeri come prova di un impegno non ricambiato.
Le critiche venfono avanzate in una fase di forte tensione internazionale, con lo Stretto di Hormuz ancora chiuso e le catene energetiche globali sotto pressione. Trump ha ribadito il disappunto per la riluttanza degli alleati NATO a partecipare attivamente alle operazioni necessarie per garantire la sicurezza della rotta marittima, nodo cruciale per il commercio globale di petrolio.
Parallelamente, il presidente ha intensificato la retorica nei confronti dell’Iran, lanciando un ultimatum esplicito. Se non verrà raggiunto un accordo entro una scadenza ravvicinata, ha affermato, gli Stati Uniti sarebbero pronti a colpire infrastrutture strategiche iraniane su larga scala. Trump ha parlato apertamente di un piano in grado di distruggere ponti e centrali elettriche in poche ore, evocando uno scenario di attacco massiccio.
Le dichiarazioni seguono il rifiuto da parte dell’Iran di una proposta di cessate il fuoco di 45 giorni avanzata con la mediazione di Egitto, Pakistan e Turchia. Secondo Trump, la controproposta iraniana non soddisfa le richieste americane.
Nonostante il tono aggressivo, il presidente ha lasciato uno spiraglio negoziale, affermando che i colloqui sono ancora in corso e che un accordo resta possibile. Tuttavia, la linea adottata evidenzia una crescente frizione tra Washington e i suoi partner, sia sul piano militare sia su quello diplomatico.
Il governo Albanese non ha replicato direttamente alle accuse, ma il passaggio segna un ulteriore punto di tensione nei rapporti tra Stati Uniti e alleati tradizionali, in un contesto già segnato da instabilità e scelte strategiche divergenti.