WASHINGTON - Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha deciso di sferrare un colpo che definisce “finale e conclusivo” per isolare la Repubblica Islamica. Attraverso un annuncio via social, il capo della Casa Bianca ha introdotto con effetto immediato nuovi dazi del 25% contro tutti i Paesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Iran.  

Una mossa di portata globale che ha immediatamente scatenato la furia di Pechino, aprendo un nuovo, pericolosissimo fronte nella guerra commerciale transatlantica e asiatica. 

La risposta della Cina non si è fatta attendere ed è arrivata con toni di estrema durezza. La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha ribadito la “ferma opposizione” del suo Paese alle guerre tariffarie, definendo il provvedimento una forma di coercizione illegittima. Pechino ha avvertito che “salvaguarderà con determinazione i propri diritti e interessi legittimi” e sta monitorando attentamente la situazione per garantire la sicurezza dei propri cittadini in Iran. 

Mao Ning ha inoltre condannato apertamente le minacce di ricorso alla forza avanzate da Trump, esortando tutte le parti a favorire la pace e la stabilità in Medio Oriente attraverso un approccio responsabile basato sul diritto internazionale, piuttosto che su pressioni che possano aggravare le tensioni regionali. Sulla stessa linea, l’ambasciata cinese a Washington ha definito i dazi una forma di “giurisdizione extraterritoriale” inaccettabile. 

La posta in gioco per Pechino è vitale: la Cina è il principale partner commerciale dell’Iran, assorbendo circa il 30% del suo commercio estero. Nonostante un rallentamento del 24% registrato nei primi undici mesi del 2025 a causa della pressione statunitense, il legame energetico resta profondo. 

La Cina, infatti, acquista oltre l’80% del greggio iraniano esportato via mare, con una media di 1,38 milioni di barili al giorno. Il petrolio Iranian Light viene venduto con sconti tra gli 8 e i 10 dollari al barile rispetto al Brent, permettendo alla Cina di risparmiare miliardi di dollari. 

I principali acquirenti sono le cosiddette “teapots” dello Shandong. Queste raffinerie indipendenti, che rappresentano un quarto della capacità nazionale, usano il greggio sanzionato come leva per sopravvivere a margini ridotti e a una domanda interna debole. Al contrario, le grandi compagnie statali cinesi evitano il greggio di Teheran dal 2018 per timore di ritorsioni dirette. 

L’annuncio di Trump si inserisce nel contesto della violenta repressione delle proteste antigovernative in Iran, dove si contano oltre 600 vittime e un isolamento digitale quasi totale. Le sanzioni stanno già mordendo: l’Iran dispone attualmente di scorte record (pari a 50 giorni di produzione) proprio perché molti operatori cinesi di medie dimensioni, temendo di finire nelle blacklist Usa, hanno iniziato a ridurre gli acquisti. 

Mentre stringe il cappio commerciale, Trump sembra seguire una strategia a doppio binario. Se da un lato il Pentagono ha già presentato piani per un eventuale intervento militare, dall’altro resta aperto un esile filo diplomatico. 

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha confermato che i contatti con l’inviato speciale Usa Steve Witkoff continuano e che si sta valutando un possibile incontro. Araghchi si è detto disposto a negoziare sul programma nucleare, ma solo in assenza di minacce. Ha tuttavia avvertito che l’Iran è pronto alla guerra: “La nostra preparazione militare è più ampia rispetto all’ultima volta”, ha dichiarato ad Al Jazeera, accusando “forze esterne” di voler trascinare Washington in un conflitto a beneficio di Israele. 

In questo scenario, la tariffa media statunitense sulle importazioni cinesi è già al 47,5%, e l’aggiunta di questo nuovo dazio del 25% minaccia di far deragliare definitivamente i fragili equilibri tra le due superpotenze, trasformando la crisi iraniana in un terremoto economico globale.