WASHINGTON - Si profila uno scontro senza precedenti tra la Casa Bianca e il gotha della finanza mondiale. Undici banche centrali, guidate dalla Bce, insieme alla Banca dei Regolamenti Internazionali (Bri), si sono mosse ufficialmente a difesa del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, attualmente sotto inchiesta da parte del Dipartimento di Giustizia statunitense dopo mesi di duri attacchi da parte di Donald Trump. 

Si tratta di una mobilitazione quasi inedita - simile per portata solo alle iniziative congiunte viste durante la pandemia o la crisi finanziaria del 2008 - che rivela il profondo timore per l’impatto che Trump potrebbe avere sull’ordine economico globale. L’indipendenza delle banche centrali dai governi è stata per decenni un caposaldo dell’economia liberale, predicato proprio dal cosiddetto Washington Consensus. 

“Affermiamo piena solidarietà per il presidente della Federal Reserve Jerome H. Powell”, si legge in una nota congiunta pubblicata sul sito della Bce. “L’indipendenza delle banche centrali è un caposaldo della stabilità dei prezzi, finanziaria ed economica nell’interesse dei cittadini. È dunque fondamentale preservare quell’indipendenza nel pieno rispetto dello Stato di diritto”. 

Al coro di difese si è unito anche Jamie Dimon, Ceo di JPMorgan, avvertendo che minare l’autonomia della Fed “avrà conseguenze avverse, facendo salire le aspettative di inflazione e probabilmente anche i tassi nel corso del tempo”. 

Nonostante il tasso d’inflazione a dicembre si sia stabilizzato al 2,7% (contro l’obiettivo Fed del 2%), Trump ha ignorato gli avvertimenti internazionali. Sul suo social, Truth, il tycoon ha liquidato la questione con il suo stile consueto: “Grandi numeri sull’inflazione. Questo significa che Jerome ‘Too Late’ Powell dovrebbe tagliare i tassi significativamente. Se non lo farà, continuerà a essere ‘Too Late’“, ha scritto, accusando il banchiere di essere perennemente in ritardo. 

Le pressioni politiche su Powell sono aumentate ieri con l’avvio di un’indagine penale riguardante le spese di ristrutturazione della sede Fed a Washington e presunte false dichiarazioni al Congresso. Con il mandato in scadenza a maggio, la mobilitazione dei colleghi internazionali punta a sottolineare “l’integrità” e “l’impegno incrollabile” di un “collega stimato”. 

Il documento porta la firma di 13 esponenti di 12 istituzioni chiave. Oltre a Christine Lagarde (Bce), figurano Andrew Bailey (Bank of England), Tiff Macklem (Bank of Canada), Martin Schlegel (Banca Nazionale Svizzera). Oltre ai governatori di Svezia, Danimarca, Norvegia, Australia, Corea del Sud, Brasile e Sudafrica, tra i firmatari c’è anche la Bri di Basilea, rappresentata dal direttore generale Pablo Hernández de Cos e da Francois Villeroy de Galhau. 

Risaltano però due assenze pesanti: il Giappone e la Cina. Tuttavia, il coinvolgimento diretto della Bri, l’organismo che coordina i banchieri centrali di tutto il mondo, indica che l’allerta ha raggiunto i massimi livelli. 

Sullo sfondo dello scontro giudiziario si gioca la partita per la prossima presidenza della Fed, che Trump vorrebbe affidare a un fedelissimo. Washington è “l’elefante nella cristalleria” degli equilibri finanziari: una Fed disposta a tollerare più inflazione per stimolare la crescita affonderebbe un dollaro già svalutato del 12% dall’inizio del mandato Trump. 

Le avvisaglie di una potenziale “guerra valutaria” sono già visibili: la Fed ha riavviato sotto traccia una forma di mini-quantitative easing acquistando debito a breve termine. Questo scontro si estende anche al settore delle valute digitali: mentre Trump promuove le stablecoin, si oppone fermamente alle monete digitali pubbliche, come l’euro digitale della Bce, il cui futuro dipenderà dal voto dell’Europarlamento previsto per quest’anno.  

Una deriva populista della politica monetaria, avvertono gli esperti, rischierebbe di colpire pesantemente il potere d’acquisto dei cittadini, già provato dalla crisi energetica del biennio precedente.