PARIGI - Mentre l’attenzione globale è rivolta ai conflitti in Ucraina e Venezuela, un nuovo fronte diplomatico si apre nel profondo Nord. Secondo indiscrezioni riportate dall’Economist, l’amministrazione di Donald Trump starebbe lavorando a una proposta d’accordo rivolta direttamente alle autorità di Nuuk, con l’obiettivo esplicito di scavalcare la sovranità di Copenaghen. 

L’idea centrale dei funzionari statunitensi è quella di offrire alla Groenlandia un “Trattato di libera associazione”, un modello giuridico che Washington utilizza già nell’Oceano Pacifico con Micronesia, Isole Marshall e Palau. 

Questo schema permetterebbe agli Stati Uniti di garantire l’indipendenza formale e l’autonomia interna dell’isola, assumendo però la responsabilità esclusiva per la difesa e la sicurezza. In cambio di massicci aiuti finanziari, Washington otterrebbe l’uso strategico e illimitato di basi militari in un quadrante artico sempre più conteso. La strategia di Trump punta a un doppio obiettivo: alimentare il sentimento separatista locale e isolare la Danimarca dai negoziati sul futuro dell’isola. 

La questione, definita dal premier polacco Donald Tusk come “un argomento imprevedibile che suscita forti emozioni”, ha dominato, insieme con la pace in Ucraina, il vertice dei “Volenterosi” a Parigi. In una nota congiunta senza precedenti, i principali leader europei hanno alzato un muro diplomatico a difesa dell’integrità danese. 

Giorgia Meloni, Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Keir Starmer e Mette Frederiksen hanno ribadito che “la Groenlandia appartiene al suo popolo” e che spetta solo a Nuuk e Copenaghen decidere sul proprio futuro. 

I leader hanno ricordato che la sicurezza dell’Artico deve essere gestita collettivamente all’interno della Nato, rispettando l’inviolabilità delle frontiere, un principio che Tusk ha definito “ovvio” e che non ammette doppie interpretazioni. 

Dalla Groenlandia, il presidente Jens-Frederik Nielsen ha espresso profonda gratitudine per il sostegno europeo, invitando però Washington a tornare a un “dialogo rispettoso attraverso i canali diplomatici appropriati” e a non mettere in discussione i trattati internazionali vigenti. 

Secondo Stefano Stefanini, ex ambasciatore italiano alla Nato, le mire di Trump sulla Groenlandia non vanno sottovalutate, poiché esistono precise ragioni di politica interna che spingono il presidente ad agire entro i prossimi 8-10 mesi. In primo luogo, Trump intende capitalizzare l’attuale maggioranza al Congresso prima delle elezioni di Midterm di novembre. 

Inoltre, la creazione di una crisi internazionale fungerebbe da strategia dell’escalation per distogliere l’attenzione dall’inflazione e dagli effetti dei dazi, compattando l’elettorato attorno al tema della supremazia Usa. Infine, prima di un eventuale uso della forza, Washington potrebbe esercitare pressioni economiche su Copenaghen per spingerla a indire un nuovo referendum sull’autonomia, finanziando così una campagna elettorale pro-Usa direttamente sull’isola. 

Lo scenario più estremo - un intervento militare - rappresenterebbe, secondo Stefanini, la fine dell’Alleanza Atlantica. Il Trattato di Washington è strutturato per rispondere ad aggressioni esterne, non a conflitti tra membri. 

In caso di un’azione statunitense sulla Groenlandia, la Nato rimarrebbe “completamente paralizzata”. Se in passato gli Stati Uniti hanno agito come pacieri tra alleati (come nel caso di Grecia e Turchia), in questa crisi il “pompiere” sarebbe l’incendiario. Senza un arbitro superiore, la tensione tra Washington e le capitali europee potrebbe innescare una crisi interna irreversibile, mettendo fine alla più longeva alleanza militare della storia moderna.