WASHINGTON - L’ex presidente Richard Nixon è passato alla storia per aver perseguito la cosiddetta Madman Theory (la Teoria del Pazzo) nei negoziati di guerra. L’obiettivo era creare l’immagine di un leader capace di qualsiasi azione, anche la più estrema, pur di intimidire gli avversari.
Come spiegato dallo storico Zachary Jonathan Jacobson, lo stratagemma non nasceva dalla follia, ma da un’astuzia calcolata: Nixon voleva apparire fuori controllo per costringere il nemico a cedere. Oggi, questa controversa strategia sembra tornata d’attualità per spiegare l’approccio di Donald Trump durante il conflitto contro l’Iran.
La logica della Madman Theory è tanto semplice quanto rischiosa: se un leader convince i nemici di essere imprevedibile o disperato, questi potrebbero concedere vantaggi pur di evitare il peggio. Tuttavia, la storia mette in guardia sui suoi limiti: nel caso di Nixon, la teoria non produsse successi duraturi nella guerra del Vietnam.
Il contesto contemporaneo rende la scommessa ancora più pericolosa, poiché a differenza del Vietnam del Novecento, l’Iran del XXI secolo è un pilastro dell’economia mondiale. Poche settimane di bombardamenti hanno già innescato la peggiore crisi energetica degli ultimi cinquant’anni e un’escalation folle rischia di trasformare l’inflazione del greggio in una penuria globale totale.
Secondo la presidente della Bce, Christine Lagarde, i danni alle infrastrutture richiederanno anni per essere riparati, senza contare il rischio umanitario di un esodo di rifugiati qualora l’Iran diventasse uno Stato fallito.
Nei 38 giorni di conflitto, Trump ha riproposto questa impostazione con la spregiudicatezza tipica dei negoziati immobiliari di New York. Un esempio eclatante è stato l’avvio dell’operazione Epic Fury proprio mentre erano in corso i colloqui con l’Iran, una mossa che ha evocato la strategia dell’attacco a sorpresa di Pearl Harbor del 1941.
L’uso calcolato dell’ambiguità e della paura è diventato il marchio di fabbrica di questa presidenza, adattandosi bene a uno scenario globale popolato da altre figure di peso che giocano sulla medesima imprevedibilità, come Vladimir Putin e Kim Jong-un.
L’efficacia di questa strategia solleva però interrogativi profondi. Fino a che punto ci si può spingere con l’ambiguità strategica prima che questa diventi controproducente? Il rischio reale è la perdita di credibilità: se il mondo smette di avere paura e inizia a percepire la minaccia come un bluff, o peggio, se la minaccia si trasforma in un disastro globale fuori controllo, il prezzo da pagare potrebbe essere troppo alto per qualsiasi vittoria negoziale.