WASHINGTON - Dopo mesi di attacchi verbali, avvertimenti pubblici e profonda diffidenza reciproca, Gustavo Petro e Donald Trump si sono incontrati martedì alla Casa Bianca in un colloquio a porte chiuse che ha segnato un cambio di tono nei rapporti tra Stati Uniti e Colombia.
Il primo risultato concreto per il presidente colombiano è stato l’allentamento di una tensione diplomatica che fino a poche settimane fa sembrava portare a una rottura.
L’incontro si è svolto senza accesso alla stampa e senza le consuete domande dei giornalisti nello Studio Ovale. 

Le immagini diffuse successivamente dalla Casa Bianca e dalla presidenza colombiana mostrano però i due leader sorridenti, seduti fianco a fianco e affiancati dai rispettivi collaboratori principali, in un clima che appare decisamente più disteso rispetto alle aspettative.

“Ci siamo capiti molto bene”, ha dichiarato Trump in brevi commenti dopo la riunione, ammettendo che lui e Petro “non erano i migliori amici”, ma sottolineando che l’incontro è stato cordiale e privo di attriti personali. 

Il presidente statunitense ha confermato che i due hanno discusso di narcotraffico e di un possibile accordo in materia, senza però fornire dettagli, e ha accennato anche al tema delle sanzioni, lasciando volutamente aperta l’interpretazione.

Petro, dal canto suo, ha parlato di una “impressione positiva” e di un clima “ottimista” al termine di quello che ha definito un momento di forte tensione nelle relazioni bilaterali. 

In conferenza stampa all’ambasciata colombiana a Washington, ha rivendicato il valore del dialogo pur nella distanza ideologica: secondo il presidente, né lui né Trump hanno cambiato posizione su molti temi, ma il confronto diretto resta l’unica strada per ricomporre i rapporti.

Il cambio di tono rappresenta un punto di svolta dopo mesi di scontri, acuiti in particolare dalle dichiarazioni di Petro sul conflitto a Gaza, da lui definito un “genocidio” durante una visita a New York. Il presidente colombiano ha però ribadito che il dialogo non può avvenire sotto minaccia, facendo riferimento alle sanzioni personali imposte da Washington. 

Petro ha dichiarato di essere inserito nella lista OFAC del Dipartimento del Tesoro statunitense, a suo avviso proprio per quelle posizioni espresse in sede internazionale ruguardoi bombardamenti sulla striscia di Gaza.

Uno dei nodi centrali dell’incontro è stato il narcotraffico e la strategia antidroga. Nel 2025, per la prima volta in trent’anni, gli Stati Uniti hanno revocato alla Colombia la certificazione di partner strategico nella lotta alla droga, citando un aumento record delle coltivazioni di coca. 

Petro ha cercato di ribaltare la narrativa di Washington, sostenendo che il suo Paese non è responsabile del consumo globale di stupefacenti e che non produce né consuma fentanil in misura significativa.

Secondo il presidente colombiano, durante la riunione Trump avrebbe espresso scetticismo sull’utilità delle sanzioni, definendole irrazionali in questo caso specifico. Petro ha detto di condividere questa valutazione, pur senza chiarire se e quando gli Stati Uniti potrebbero rivedere la decisione sulla certificazione antidroga.

Nel corso del colloquio, Petro ha anche consegnato a Trump una lista con i nomi di quelli che considera i veri vertici del narcotraffico internazionale. A suo dire, non si tratta di figure armate che operano nelle zone rurali, ma di capi che vivono tra Dubai, Madrid e Miami e che gestiscono capitali all’estero. Pur senza fare nomi, ha affermato che queste persone sono note alle agenzie statunitensi e che la loro cattura richiede una cooperazione internazionale di intelligence. 

A sostegno della sua tesi, ha citato recenti operazioni congiunte con la DEA e l’intelligence navale colombiana che hanno portato al sequestro di 15 tonnellate di cocaina in soli due giorni, incluso un sottomarino intercettato vicino alle Azzorre.

L’incontro ha avuto anche importanti ricadute sul piano politico interno colombiano. Petro si gioca la continuità del suo progetto con la candidatura di Iván Cepeda alle presidenziali di maggio, mentre l’opposizione lo accusa da tempo di aver messo a rischio l’alleanza storica con Washington. 

Il tono cordiale del faccia a faccia con Trump offre ora al presidente un argomento forte per contrastare l’idea di un isolamento internazionale della Colombia sotto un governo di sinistra.

A rafforzare l’immagine di un disgelo contribuiscono anche i gesti simbolici: Trump ha dedicato a Petro una nota personale in cui ha scritto “Un grande onore. Amo la Colombia” e ha firmato una copia del suo libro The Art of the Deal con il messaggio “Sei un grande”, foto poi condivise dal presidente colombiano sui social.

Nonostante questi segnali, l’incontro ha lasciato più interrogativi che certezze. Non sono stati annunciati accordi concreti né diffusi comunicati congiunti. Le sanzioni personali contro Petro restano in vigore e non è chiaro se Washington riconsidererà la “decertificazione” della Colombia nella lotta antidroga.

Sul piano regionale, i due leader hanno discusso anche del Venezuela e di una possibile riattivazione economica con il coinvolgimento della Colombia e il ruolo degli Stati Uniti.
Petro ha difeso l’apertura delle frontiere come strumento di stabilità, sostenendo che la loro chiusura in passato abbia favorito proprio il traffico di droga. Tuttavia, non sono emersi annunci su cambiamenti immediati nella politica statunitense verso Caracas, né su nuove iniziative di cooperazione in materia energetica, di sicurezza o nel contrasto al narcotraffico nel Caribe e nel Pacifico.

In chiusura, Petro ha rivelato di aver chiesto a Trump la declassificazione di documenti della CIA su due eventi chiave della storia colombiana: l’assassinio di Jorge Eliécer Gaitán nel 1948 e l’assalto al Palazzo di Giustizia del 1985. Il presidente ha concluso affermando che in Colombia persiste un “genocidio” che, a suo dire, non si è mai interrotto.

Il vertice non ha prodotto risultati immediati, ma ha contribuito a ridurre la tensione e a normalizzare il dialogo tra due Paesi alleati, segnando l’inizio di una fase più pragmatica, seppur ancora carica di incognite.