WASHINGTON - L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 all’ex giudice della Corte Penale Internazionale (CpiI) Navi Pillay è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso nei rapporti tra l’amministrazione statunitense e le istituzioni di giustizia globale.  

Poche ore dopo l’annuncio giunto da Oslo, il presidente statunitense Donald Trump ha ricondiviso su Truth Social un duro attacco pubblicato dall’account Schoenlaw, esprimendo il primo commento indiretto della Casa Bianca: “Oggi il Comitato per il Nobel si è coperto di vergogna in modo irreparabile e ha sminuito il Premio Nobel per la Pace, un tempo così prestigioso, assegnandolo a Navi Pillay delle Nazioni Unite. Pillay è una nemica dichiarata degli Stati Uniti e di Israele. Nel corso del suo mandato ha esaltato i terroristi e premiato Hamas. Ha condotto una finta ‘indagine’ sostenendo di aver scoperto che Israele aveva commesso un genocidio e sollecitando un procedimento penale. Non gode di alcuna credibilità in nessun ambito normale e non ha mai fatto nulla per promuovere la pace. Anzi, proprio il contrario. Ma cosa ci si poteva aspettare da un comitato che in passato aveva assegnato quello che un tempo era l’ambito Premio Nobel per la Pace a Yasser Arafat?“. 

All’attacco verbale sono seguite immediatamente le ritorsioni esecutive. Il segretario di Stato Usa Marco Rubio, citando una dichiarazione visionata da Reuters e intervenendo in un video diffuso su X, ha ufficializzato la decisione dell’amministrazione Trump di imporre sanzioni economiche e finanziarie dirette all’intera istituzione dell’Aja: “Il presidente Trump non permetterà mai alla Corte penale internazionale di perseguire cittadini statunitensi. Per questo oggi gli Stati Uniti sanzionano la Corte penale internazionale. Vieteremo le transazioni con questa Corte canaglia, tagliandole le risorse e paralizzando la sua capacità di operare”.  

Rubio ha poi lanciato un ultimatum diretto all’organismo giudiziario e ai Paesi partner: “Il nostro messaggio è chiaro: gli Stati Uniti e il popolo statunitense non sono soggetti alla giurisdizione di questa falsa Cpi. Entrambi i partiti concordano su questo punto, ma solo il presidente Trump ha la determinazione necessaria per porre fine a questa minaccia una volta per tutte. O la Corte penale internazionale mette fine alle sue minacce, oppure saremo noi a porre fine alla Cpi. Ci aspettiamo che i nostri alleati, molti dei quali fanno parte della Cpi e che per la propria difesa fanno affidamento sui militari Usa, mettano un freno a questo tribunale canaglia. Se non lo faranno, gli Stati Uniti proseguiranno la loro campagna per smantellare la Cpi, pezzo per pezzo, finché i cittadini statunitensi non saranno più minacciati”. 

La decisione di Washington affonda le sue radici nelle prolungate tensioni sui mandati d’arresto emessi dalla Cpi contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e altri esponenti di Tel Aviv per presunti crimini commessi nella Striscia di Gaza, oltre che nelle indagini sulle azioni dei militari statunitensi durante il conflitto in Afghanistan. La diffidenza d’oltreoceano ha del resto radici profonde, fondate storicamente sul Servicemembers’ Protection Act (noto colloquialmente come Hague Invasion Act), la legislazione federale che autorizza il ricorso a tutti i mezzi necessari per difendere il personale statunitense o degli Stati alleati da procedimenti della Corte. 

Alle parole di Rubio hanno fatto eco le dichiarazioni di Netanyahu, che ha espresso aperto ringraziamento ai vertici della Casa Bianca attaccando duramente sia l’Accademia di Oslo sia la neovincitrice del Nobel: “Il Comitato Nobel ha perso la sua bussola morale. Il riconoscimento è stato assegnato a una fanatica che ha costruito la propria carriera inventando e diffondendo calunnie sanguinose contro l’unico e solo Stato ebraico. Mi congratulo con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e con il segretario di Stato Marco Rubio per aver preso questa decisione cruciale di sanzionare la Corte penale internazionale. La Cpi non è un tribunale. È un organismo politico che rappresenta una minaccia mortale per le democrazie che rispettano la legge in tutto il mondo e per l’idea stessa di sovranità nazionale”. 

Fondata nel 2002 dallo Statuto di Roma e sostenuta da 125 Stati membri (con l’assenza, oltre che degli Usa, di potenze come Russia, Cina, India e Israele), la Corte dell’Aja ha reagito definendo i provvedimenti statunitensi un “passo senza precedenti” che va ad aggiungersi ai blocchi personali già scagliati nei mesi scorsi contro tredici magistrati e procuratori indipendenti. 

In una nota ufficiale, l’istituzione ha rimarcato che il provvedimento “mira a interrompere le attività della Corte e a intimidire coloro che lavorano per essa o collaborano con essa. La Corte, dal canto suo, non si lascerà intimidire. È un tentativo di ostacolare il corso della giustizia e di impedire alla Corte di svolgere il compito per cui è stata creata. È un attacco allo Stato di diritto e alle fondamenta stesse dell’ordinamento giuridico internazionale, che mina il principio secondo cui nessuno è al di sopra della legge”. 

La presidente della Cpi, Tomoko Akane, ha confermato la volontà di proseguire le indagini: “La Corte continuerà a svolgere pienamente il proprio mandato, con indipendenza e imparzialità, agendo esclusivamente sulla base della legge e delle prove, nell’interesse delle innumerevoli vittime di gravi crimini”.

L’organismo giudiziario ha quindi chiamato a raccolta i Paesi firmatari: “La Corte invita gli Stati a continuare ad adottare misure concrete, anche per garantire che la Corte continui ad avere i mezzi necessari per proseguire il suo lavoro. Non si tratta soltanto di difendere una singola istituzione, ma di salvaguardare l’ordine internazionale fondato sullo Stato di diritto. Nessuno dovrebbe essere punito per aver servito la causa della giustizia. La storia giudicherà questo momento. Le generazioni future, e soprattutto le vittime delle atrocità di massa, si chiederanno come abbiamo reagito quando un’istituzione creata per proteggerle è stata attaccata. Si chiederanno se la Corte ha tenuto duro e se la comunità internazionale ha difeso i principi che ha proclamato o se ha permesso che venissero abbandonati sotto pressione”. 

Le misure adottate da Washington rischiano di paralizzare l’operatività quotidiana dell’organismo internazionale, dall’accesso ai servizi bancari, assicurativi e alle carte di credito, fino al pagamento degli stipendi di circa 900 dipendenti, la conduzione di indagini all’estero, la protezione dei testimoni e la gestione dei software informatici americani come le licenze Microsoft.

Il procuratore capo ad interim, Mame Mandiaye Niang, colpito anche lui dai provvedimenti, ha riferito all’agenzia Afp che le restrizioni gli impediscono persino di effettuare operazioni bancarie e prenotazioni alberghiere, aggiungendo che la Corte “sta cercando alternative, forse meno efficaci della tecnologia statunitense, ma che almeno ci consentano di mantenere la nostra indipendenza e continuare a lavorare. È una prova della nostra resilienza”. 

L’annuncio ha provocato un’immediata spaccatura transatlantica. La Commissione europea ha qualificato l’iniziativa di Washington come “profondamente deplorevole”, assicurando piena vicinanza alla Corte: “L’Unione europea ha sempre sostenuto la Corte penale internazionale. L’Ue collaborerà strettamente con la Cpi per garantirne l’efficace funzionamento. Rimaniamo inoltre impegnati a lavorare con tutti i 125 Stati parte dello Statuto di Roma per preservarne e rispettarne l’indipendenza, affinché possa continuare a svolgere la sua missione fondamentale. Considerato il ritardo di sei mesi prima dell’entrata in vigore delle misure, vi è spazio per il dialogo. L’Ue è pronta ad adottare tutte le misure necessarie per consentire alla Corte di svolgere il proprio lavoro sia nell’indagine e nel perseguimento dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità, sia nella tutela degli interessi degli operatori dell’Ue all’interno del mercato unico”.  

Tra le opzioni allo studio a Bruxelles figura il ricorso al cosiddetto “meccanismo di blocco”, uno strumento giuridico che vieterebbe alle aziende europee di conformarsi alle disposizioni sanzionatorie statunitensi. 

Parallelamente, otto Paesi alleati (Italia, Canada, Danimarca, Germania, Francia, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito) hanno sottoscritto e diffuso tramite il governo olandese una nota di ferma opposizione alle misure Usa: “Noi, Stati membri dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, ribadiamo il nostro continuo e incrollabile sostegno all’indipendenza, imparzialità e integrità della Cpi. In qualità di convinti sostenitori della Corte Penale Internazionale, esprimiamo il nostro rammarico e la nostra ferma opposizione all’annuncio delle sanzioni che gli Stati Uniti intendono imporre alla Corte. Prendiamo atto con soddisfazione del lavoro svolto dalla Corte per prepararsi all’adozione di tali misure, affinché possa continuare ad adempiere al proprio mandato ai sensi dello Statuto di Roma, e ribadiamo il nostro incondizionato sostegno affinché la Corte possa farlo. Tuttavia, se venissero applicate, tali sanzioni avrebbero un impatto significativo sull’attività della Corte, sul suo personale e sulle loro famiglie. Lavorano ogni giorno per assicurare alla giustizia i responsabili dei più gravi crimini internazionali e per sostenere le loro vittime. Rimaniamo uniti nel nostro sostegno alla Corte Penale Internazionale e determinati a portare avanti un dialogo costruttivo e inclusivo con gli Stati non Parte dello Statuto di Roma, in vista dell’Assemblea degli Stati membri che si terrà nel dicembre 2026. Continueremo a lavorare insieme per sostenere l’importante operato della Corte, difendere il sistema internazionale basato sulle regole e promuovere la responsabilità“. 

Infine, una presa di posizione cruciale è giunta direttamente dal governo dei Paesi Bassi, nazione ospitante della Corte in virtù degli accordi di sede del 2008. Il ministro degli Esteri olandese, Tom Berendsen, ha promesso che l’esecutivo farà “tutto il necessario” per tutelare l’ente, mentre il primo ministro Rob Jetten ha garantito l’impegno formale a proteggere e difendere la Corte “mattone dopo mattone”, capovolgendo l’espressione utilizzata dall’amministrazione di Washington per minacciarne lo smantellamento.