WASHINGTON - Gli Stati Uniti ieri hanno preso formalmente il controllo della transizione in Venezuela, dopo il blitz dell’Operazione Absolute Resolve.
Mentre Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores si preparano a comparire davanti a un giudice di New York per rispondere di narcoterrorismo, il baricentro operativo della crisi si è spostato nelle mani del Segretario di Stato Marco Rubio, ribattezzato dal Washington Post il “Viceré di Caracas”.
Donald Trump ha affidato a Rubio, 54enne cubano-statunitense e storico sostenitore del regime change, il compito arduo di “governare” il Paese e gestire le sue immense risorse petrolifere. Rubio è diventato la voce dell’amministrazione nei colloqui con Delcy Rodríguez, la vicepresidente nominata leader ad interim dal Tribunale Supremo venezuelano.
“Giudicheremo tutto in base a ciò che faranno – ha avvertito Rubio –. Se non prenderanno la decisione giusta, manterremo molteplici leve di pressione, inclusa la massiccia presenza navale nei Caraibi”.
Trump, dal canto suo, ha rotto ogni indugio sul nation building, battezzando l’intervento come “Dottrina Donroe”: un’evoluzione della Dottrina Monroe in cui gli Usa rivendicano il controllo dell’emisfero. “Il Venezuela è un Paese andato all’inferno – ha dichiarato il tycoon –. La ricostruzione non è una cosa negativa: vogliamo un accesso totale al petrolio per rimetterli in piedi”.
Mentre la diplomazia parla di transizione, il bilancio dell’attacco statunitense si fa drammatico. Secondo fonti riportate dal New York Times, i raid avrebbero causato almeno 80 morti tra militari e civili, inclusi 32 ufficiali cubani.
Il ministro della Difesa venezuelano, Vladimir Padrino López, pur riconoscendo formalmente Delcy Rodríguez per “garantire la governabilità”, ha condannato duramente il “codardo sequestro” di Maduro. Padrino ha accusato le forze d’élite americane (Delta Force) di aver sterminato la scorta presidenziale, e ha esortato il mondo a vigilare contro “l’ambizione colonialista” di Washington, definendo Maduro l’unico “leader costituzionale vero”.
Infine, per rassicurare un Paese in bilico tra il caos e il nuovo ordine, il ministro ha garantito che le Forze Armate useranno ogni mezzo a disposizione per difendere la sovranità nazionale. Ha parlato di una “fusione perfetta” tra popolo, polizia e militari, una barriera umana e tattica pronta a mantenere l’ordine interno contro ogni minaccia, interna o esterna, alla pace del Venezuela.
Il mondo si è spaccato di fronte all’azione di forza Usa. La premier Giorgia Meloni ha sentito la leader dell’opposizione Maria Corina Machado, parlando di una “nuova pagina di speranza” e di un ritorno ai principi della democrazia. Anche il ministro Tajani ha definito l’intervento “legittimo” vista la minaccia rappresentata dal narcotraffico.
Un asse composto da Spagna, Brasile, Messico, Colombia, Cile e Uruguay ha respinto fermamente ogni tentativo di controllo esterno sulle risorse naturali venezuelane. Il presidente argentino Javier Milei, al contrario, ha subito valutato con favore l’intervento, pur chiedendo di fare assumere come presidente Edmundo González Urrutia, uscito vincitore dalle ultime elezioni.
L’Alta Rappresentante Ue Kaja Kallas, con una dichiarazione firmata da tutti i Paesi (eccetto l’Ungheria), ha chiesto calma e moderazione, ricordando che il diritto internazionale e la Carta Onu devono essere rispettati anche dai membri del Consiglio di Sicurezza.