WASHINGTON – Donald Trump sempre più all’angolo e isolato in casa e all’estero prova a fare un’inversione a U, imboccando la strada di un possibile negoziato per chiudere il dossier Iran. The Donald continua a lanciare segnali contrastanti, messaggi contraddittori del presidente-Taco (‘Trump always chickens out’) culminati con l’annuncio della sospensione per cinque giorni dei bombardamenti minacciati sulle infrastrutture energetiche iraniane.

Una pausa che per l’Iran, e negli USA i democratici, altro non è che un tentativo di calmare i mercati finanziari e far calare le quotazioni dell’oro nero, responsabili del balzo dei prezzi della benzina in un anno elettorale che vede Trump e i repubblicani in forte svantaggio. 

Nell’entourage del Presidente le posizioni non sono univoche su come procedere. Senza contare la pressione che arriva anche da fuori. Il principe alla corona saudita Mohammed bin Salman ha infatti esortato il Presidente a continuare con la guerra contro l’Iran. Per ora però il comandante in capo appare intenzionato a proseguire sulla diplomazia e non ha intenzione di svelare le sue prossime mosse. 

Il negoziato, al netto dei trionfalismi di Donald Trump smentiti dal regime degli ayatollah, appare del resto ai primi stadi attraverso i mediatori regionali. Il Pakistan si è offerto di ospitare un tavolo di pace e secondo Axios si guarda a giovedì per un primo incontro ad alto livello, ma si attende una risposta dagli iraniani. Allo stesso tempo il tycoon sembra prepararsi ad un’ulteriore offensiva, come dimostrano i piani del Pentagono di inviare nell’area altri 3.000 paracadutisti. 

Con la guerra nel Golfo arrivata alla quarta settimana, sono arrivati segnali ambigui dalla diplomazia. Trump, dopo aver annunciato addirittura un’intesa con Teheran su “15 punti”, ha ricalibrato il tiro affermando che il negoziato prosegue, anche con il coinvolgimento di JD Vance e Marco Rubio, e si sta parlando “con le persone giuste che vogliono disperatamente un accordo”, tanto che da Teheran “è arrivato un grande regalo su petrolio e gas”.

Dal regime tuttavia nessun leader ha confermato finora l’apertura di una trattativa, mentre il falco Mohammad Bagher Zolghadr ha rimpiazzato Ali Larijani al comando della Sicurezza Nazionale. Fonti interne hanno parlato soltanto di uno scambio di “messaggi” tra le parti “tramite intermediari per sondare” il terreno.

Al dossier lavorano Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, che avrebbero aperto un canale con i Pasdaran, convincendo Trump a congelare i raid per 5 giorni. Lo stesso tycoon ha condiviso su Truth il messaggio pubblicato dal premier pachistano Shehbaz Sharif, che si è detto “pronto e onorato di ospitare i colloqui”. Ed è emersa l’ipotesi di organizzare un incontro a Islamabad tra Mohammad Ghalibaf, Steve Witkoff, Jared Kushner e JD Vance. 

Intanto Washington proverà a sondare gli europei: Rubio è atteso venerdì a Parigi per il G7 Esteri, a cui sono stati invitati anche i ministri di India, Brasile e Corea del Sud. I mediatori arabi appaiono scettici sulla possibilità che la partita si chiuda a breve, perché sui contenuti le distanze sembrano ancora incolmabili.

La teocrazia, secondo quanto trapela, non chiederebbe solo la fine della guerra, ma anche concessioni che rappresentano delle linee rosse per Trump: garanzie contro future azioni militari, risarcimenti per le perdite, controllo formale di Hormuz ed il rifiuto di negoziare qualsiasi limitazione al suo programma balistico. 

I mullah temono poi che l’annuncio della Casa Bianca di mettere in stand-by gli attacchi alle infrastrutture energetiche sia solo un tentativo per far calare i prezzi del petrolio e prepararsi a una nuova offensiva, aspettando l’arrivo dei rinforzi in Medio Oriente, già nel fine settimana. 

Freddo sull’ipotesi di una pace è anche Benjamin Netanyahu, ma per motivi opposti: il timore è che Trump conceda troppo all’odiato nemico. L’Idf del resto ha chiarito: i piani militari su Iran e Libano non cambiano, a prescindere dai negoziati.