WASHINGTON - Non si è ancora spenta l’eco dei raid su Caracas che Donald Trump ha già tracciato la prossima coordinata sulla mappa del suo secondo mandato: l’Artico. In una doppia offensiva diplomatica e mediatica, il tycoon ha lanciato un avvertimento perentorio alla nuova presidente venezuelana Delcy Rodríguez e ha ufficialmente riaperto il dossier per l’annessione della Groenlandia, scatenando l’ira della Danimarca.
In un’intervista a The Atlantic, Trump ha chiarito che la cattura di Maduro è solo l’inizio. Il messaggio inviato alla presidente ad interim è brutale: “O fa la cosa giusta, o pagherà un prezzo più alto di Maduro”.
Trump ha rivendicato apertamente la necessità del Nation Building, definendo il Venezuela un “Paese andato all’inferno” e un “disastro totale”. Il presidente ha ribadito che gli Usa “gestiranno” il Paese fino a una transizione giudicata sicura, puntando direttamente alle enormi riserve petrolifere.
Washington non considera Rodríguez legittima. Il Segretario di Stato Marco Rubio, infatti, ha precisato che la legittimità arriverà solo da “elezioni reali”, mentre la segretaria alla Sicurezza Interna, Kristi Noem, è stata ancora più esplicita: “Puoi governare o farti da parte. Non permetteremo di sovvertire l’influenza statunitense”.
Mentre il Venezuela è sotto scacco, la tensione si è spostata improvvisamente a Nord. Tutto è iniziato con un post di Katie Miller (moglie del potente consigliere Stephen Miller) che mostrava una mappa della Groenlandia a stelle e strisce con la scritta “PRESTO”.
Trump ha nuovamente confermato le mire espansionistiche a bordo dell’Air Force One: “Ne abbiamo bisogno per la sicurezza nazionale. È circondata da navi russe e cinesi, e la Danimarca non è in grado di occuparsene”.
La risposta dei leader danesi e groenlandesi è stata un coro di sdegno. La premier della Danimarca, Mette Frederiksen ha esortato “gli Usa a fermare le minacce contro uno storico alleato. La Groenlandia non è in vendita”. Le ha fatto eco Jens Frederik Nielsen, premier della Groenlandia: “Adesso basta. Basta pressioni, basta insinuazioni e fantasie di annessione. Chiediamo rispetto per il diritto internazionale”.
Anche la Ue ha reagito con insolita fermezza, cercando di marcare una differenza netta tra il caso venezuelano e quello danese. La Commissione europea ha espresso totale solidarietà alla Danimarca, sottolineando che, a differenza del Venezuela, la Groenlandia è protetta dall’alleanza Nato: “L’integrità territoriale di uno Stato membro dell’Unione è inviolabile”, ha dichiarato una portavoce.
Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani ha chiesto all’Europa di prendere una posizione forte per “garantire l’indipendenza di un territorio della Corona danese”, rilanciando il sogno di una Difesa Comune Europea che vada oltre il semplice coordinamento.
Attraverso il suo portavoce, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha ricordato che “i confini non si spostano con la violenza” e che Berlino è in stretto contatto con Copenhagen. Anche il primo ministro britannico Keir Starmer, ha manifestato una rara e netta distanza da Trump, dichiarando: “Sono dalla parte di Frederiksen, ha ragione lei sul futuro della Groenlandia”.
L’operazione in Venezuela sembra aver sdoganato un nuovo modello di proiezione di potenza statunitense. Se il “Viceré” Rubio gestisce i dossier sudamericani, il tycoon punta a ridisegnare i confini globali in nome della sicurezza nazionale e delle risorse strategiche. La Groenlandia, ricca di minerali rari e cruciale per il controllo delle rotte artiche, potrebbe ora essere il nuovo terreno di scontro tra il pragmatismo politico di Washington e la sovranità europea.