WASHINGTON - Il presidente statunitense Donald Trump ha aperto uno spiraglio di ottimismo sulla crisi iraniana, dichiarando che, secondo fonti di alto livello, la fase più brutale della repressione e le esecuzioni pianificate dei manifestanti si sarebbero fermate.
“Speriamo sia vero”, ha commentato Trump dallo Studio Ovale, sottolineando però che la situazione resta sotto osservazione. Alla domanda se l’opzione militare sia ora esclusa, il presidente ha mantenuto una posizione ambigua: “Osserveremo e valuteremo qual è il processo”.
Nonostante il segnale positivo, l’intelligence evidenzia una realtà complessa: la Repubblica Islamica ha subito una delle più grandi ondate di dissenso dal 1979, con un blackout di internet che supera le 156 ore e un bilancio delle vittime che, secondo l’Ong Iran Human Rights (Ihr), conta almeno 3.428 morti e oltre 10.000 arresti.
Sebbene Trump parli di tregua, i movimenti militari suggeriscono che gli Stati Uniti siano pronti a ogni evenienza. Il Pentagono ha presentato una vasta gamma di opzioni che includono cyber-attacchi, azioni mirate contro l’apparato di sicurezza interno o raid contro i siti del programma nucleare e le basi missilistiche.
Attualmente, la Marina statunitense dispone nella regione di tre cacciatorpedinieri, tra cui la USS Roosevelt, e di un sottomarino lanciamissili. Il segnale più allarmante arriva però dalla base di Al-Udeid, in Qatar: gli Usa hanno iniziato a ritirare personale e mezzi, una manovra identica a quella che precedette l’attacco ai siti nucleari iraniani nel giugno 2025. Doha ha confermato il provvedimento parlando di “misure necessarie per salvaguardare la sicurezza dei residenti” fronte alle attuali tensioni regionali.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha smentito categoricamente l’esistenza di piani per impiccagioni di massa, definendoli “disinformazione volta a trascinare Trump in un conflitto”. In un’intervista a Fox News, Araghchi ha negato che le vittime siano migliaia, parlando invece di “centinaia” e accusando il Mossad di aver orchestrato uccisioni di civili e poliziotti per gonfiare i numeri e provocare l’intervento statunitense.
Eppure, la vita di molti giovani resta appesa a un filo. L’Ong Hengaw riferisce che l’esecuzione del 26enne Erfan Soltani, prevista per ieri, è stata posticipata, ma non annullata, lasciandolo in una condizione di estremo pericolo.
Il timore di un’imminente escalation ha spinto numerosi Paesi a ordinare il rientro dei propri cittadini e a innalzare i livelli di allerta. In Italia, la Farnesina ha disposto l’evacuazione del personale non essenziale dall’ambasciata a Teheran, dopo un vertice tra il ministro Antonio Tajani, i vertici della difesa e l’intelligence.
Parallelamente, Spagna e India hanno esortato i propri connazionali a lasciare l’Iran con ogni mezzo disponibile, parlando di una situazione in continua evoluzione. Anche la Germania è intervenuta suggerendo alle compagnie aeree di evitare lo spazio aereo iraniano fino al 10 febbraio per il rischio di contraerea, una direttiva prontamente accolta dal gruppo Lufthansa che, includendo anche vettori come ITA Airways e Swiss, ha sospeso i sorvoli su Iran e Iraq fino a nuovo ordine.
Mentre le strade di Teheran tornano sotto il “controllo totale” delle autorità - che hanno risposto alle proteste con marce pro-regime e funerali di Stato per i membri delle forze di sicurezza - i Guardiani della Rivoluzione si dichiarano “al picco della prontezza operativa”. Il comandante Mohammad Pakpour ha avvertito che l’Iran risponderà con decisione a qualsiasi “errore di calcolo” del nemico.
In questo scenario, la posizione di Israele appare cauta. Secondo il Washington Post, Tel Aviv avrebbe comunicato a Teheran, tramite la Russia, di non voler lanciare attacchi preventivi a meno di non essere attaccata direttamente. Un precario canale di comunicazione che cerca di evitare che la crisi interna iraniana si trasformi in una guerra regionale totale.