ANKARA - A quasi un anno dal suo arresto, l’ex sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu ha affrontato oggi la prima udienza del processo per corruzione che lo vede imputato. Non è solo un procedimento giudiziario, ma lo scontro frontale tra il potere del presidente Recep Tayyip Erdogan e l’uomo che, fino a pochi mesi fa, era considerato l’unico in grado di sconfiggerlo alle elezioni del 2028.
Il dibattimento si svolge nell’aula bunker del complesso di Marmara, dove Imamoglu è detenuto dal 19 marzo 2025. Insieme a lui sono alla sbarra altre 400 persone, tra cui 105 in custodia cautelare, quasi tutti funzionari e collaboratori della municipalità di Istanbul (IBB).
L’accusa ha presentato un dossier fluviale di 3.806 pagine che ipotizza un danno alle casse pubbliche di circa 3 miliardi di euro. I capi d’imputazione spaziano dalle tangenti in cambio di permessi edilizi alla manipolazione di gare d’appalto, fino al riciclaggio e alla vendita di dati personali dei cittadini tramite un app municipale.
Le prove presentate dai procuratori descrivono una vera e propria struttura criminale interna al Comune, i cui elementi più eclatanti includono un tesoro nascosto composto da tre ville nel prestigioso quartiere di Emirgan, del valore di 1,5 miliardi di lire turche e mai dichiarate da Imamoglu.
L’accusa si basa inoltre su testimonianze relative a un jet privato che, tra il 2022 e il 2025, avrebbe trasportato ingenti somme di denaro contante verso Londra, mentre grandi quantità di proventi illeciti sarebbero state schermate attraverso uffici di cambio compiacenti.
Ciò che fa discutere l’opinione pubblica e gli osservatori internazionali è l’entità della pena richiesta: 2.352 anni di reclusione. Una cifra definita “ridicola” dai sostenitori del sindaco, che la interpretano come la prova definitiva di un processo politico volto a eliminare Imamoglu dalla scena pubblica.
Se condannato, l’ex sindaco non solo perderebbe definitivamente la poltrona di Istanbul (già revocata dopo l’arresto), ma vedrebbe svanire ogni possibilità di candidarsi alla presidenza. Parallelamente, Imamoglu deve difendersi in un altro processo secondario che mette in dubbio la validità del suo diploma universitario, requisito essenziale per correre come Capo di Stato.
Il processo ha avuto il via in una Turchia profondamente spaccata. Se metà della nazione grida all’operazione mirata per proteggere Erdogan, l’altra metà invoca la “giustizia contro la corruzione del secolo”.
Tuttavia, Imamoglu sembra accerchiato anche all’interno del suo stesso schieramento, il CHP. La sua ascesa fulminea aveva infastidito la vecchia guardia, in particolare l’ex segretario Kemal Kilicdaroglu, che Imamoglu aveva contribuito a rimuovere dopo la sconfitta elettorale del 2023.
Molti analisti sospettano che le prove finite in mano agli inquirenti siano frutto di un “tradimento” interno da parte di collaboratori che un tempo gli erano vicini.