BUENOS AIRES – È il nipote n. 133 che ha recuperato la propria identità dopo essere stato appropriato dai militari negli anni della dittatura (durata dal1976-1983), in seguito al sequestro e desaparición della madre, Cristina Navajas.
Ha scoperto il suo vero nome, la sua storia, le sue origini italiane e ha potuto riunirsi con il padre Julio Santucho, i suoi due fratelli Miguel e Camillo e la sorella Florencia, figlia del secondo matrimonio di Julio.
Per ora vive protetto dall’anonimato e non ha partecipato a nessun atto pubblico, ma si sa che ha due figlie.
Cristina Navajas venne sequestrata nel luglio 1976, incinta di due mesi. Camilllo e Miguel, nati rispettivamente nel 1973 e nel 1975, assistettero al sequestro della madre.
La storia nel numero 133 è simile a quella di altri nipoti recuperati (all’appello ne mancano circa 300), figli di giovani militanti incinte sequestrate dai militari e fatte partorire nei centri clandestini di detenzione di tutta l’Argentina.
Le ragazze venivano poi uccise, quasi sempre narcotizzate e buttate da un aereo nel Rio de la Plata o in mare: con ogni probabilità fu questo il destino di Cristina.
I bebé, invece, erano ceduti, spesso venduti, a famiglie vicine al regime, perché li allevassero da “bravi patrioti argentini”. Sottraendoli alla presunta cattiva influenza della loro vera famiglia.
Così è stato per il piccolo Santucho, affidato a un militare sposato con un’infermiera.
“Non avete saputo controllare i vostri figli che si sono trasformati in sovversivi – rispondevano i militari alle nonne che chiedevano notizie o reclamavano la custodia dei bambini –. Come pensate di poter educare bene i vostri nipoti?”
Lungi da arrendersi, quelle stesse nonne hanno fondato l’associazione delle Abuelas de Plaza de Mayo e hanno stanato, uno dopo l’altro, i sequestratori.
Prima con le loro sole forze, grazie al passaparola, ai racconti dei vicini – dopo il ritorno alla democrazie – di neonati apparsi dal nulla in famiglie di militari o ambienti contigui.
Poi, con i progressi degli studi sul Dna, sono state affiancate dalla Conadi (Commissione nazionale per il diritto all’identità), un’agenzia governativa, che si è occupata di creare un database genetico con materiale prelevato dai famigliari dei desaparecidos, da confrontare con quelli di persone nate tra il 1975 e il 1980 che avessero dubbi sulla propria identità.
Fu proprio Nélida Gómez de Navajas, mamma di Cristina, la prima a sospettare dell’appropriazione di neonati.
La figlia, infatti, prima di essere sequestrata, aveva scritto una lettera al marito Julio, in quel momento in viaggio in Italia, dove raccontava di avere un ritardo nel ciclo mestruale e di sospettare di essere incinta. La lettera non venne mai spedita, e Nélida la trovò poco dopo il sequestro.
Da lì, la convinzione che da qualche parte stesse per nascere suo nipote e che prima o poi sarebbe stata convocata dalle autorità per prendersene cura, cosa in realtà mai avvenuta. Scoprì poi che erano molte le famiglie nella sua stessa situazione.
Fu allora che Nélida e le altre nonne iniziarono a cercare, inarrestabili. A denunciare, quando nessun avvocato voleva portare avanti le cause. A pubblicare a proprie spese annunci sui quotidiani, quando nessun giornalista era disposto a scrivere articoli sull'argomento.
Nélida è morta nel 2012, è stata cremata e le sue ceneri sono state disperse sul Rio de la Plata, come lei stessa aveva disposto, nel desiderio estremo di ricongiungersi alla figlia e con lei, sul fondo del fiume dove era stata gettata ancora viva, trovare la pace.
Florencia Santucho, nata dal secondo matrimonio di Julio e cresciuta a Roma, l’ha sempre considerata sua nonna, al pari delle altre due, biologiche.
“Anzi, in quanto Abuela de Plaza de Mayo, per me ha sempre rappresentato un grande orgoglio – afferma –. Il nostro rapporto è stato molto profondo e pieno di affetto. Spesso veniva a trovarci a Roma. Quando, a 22 anni, mi sono trasferita a Buenos Aires, il nostro legame si è rafforzato, ci vedevamo, parlavamo del passato e del presente”.
La storia della famiglia Santucho – dove si conta una decina di desaparecidos – è segnata dall’assenza.
“Come una ferita aperta – spiega Florencia – con cui pian piano impari a convivere, ma che al tempo stesso ti riempie di forza per continuare a lottare per la memoria, la verità e la giustizia. La ricerca di mio fratello, più che un peso, ha sempre rappresentato una grande speranza, una ragione in più, seppur lontana, per non smettere mai di lottare”.
Ricerca tutt’altro che semplice, punteggiata di illusioni, frustrazioni, speranze e delusioni.
“Abbiamo anche avuto indizi falsi – continua Florencia –. Le piste erano pochissime e a un certo punto abbiamo creduto che non sarebbero mai bastate a individuarlo. Infatti è stato lui a trovarci”.
Già prima della pandemia aveva scoperto di non essere figlio biologico di quelli che aveva creduto i suoi genitori e alla fine ne ha avuto la conferma attraverso l’analisi genetica, quella stessa che gli ha permesso di rintracciare la sua famiglia.
Ora c’è da recuperare il tempo perduto, sul quale Florencia, Miguel e Camillo hanno tanto a lungo fantasticato.
“La cosa meravigliosa è che ci siamo riconosciuti come famiglia fin dal primo momento – racconta lei –. Il modo di essere, l'aspetto, le battute e i sorrisi ci hanno dato la sicurezza di esserci finalmente ritrovati. Ci siamo da subito chiamati fratelli. Sentirlo rivolgersi a mio padre con un primo ‘papà’ mi ha fatto esplodere il cuore di emozioni. La familiarità con cui ci siamo subito identificati ci da anche la serenità e la consapevolezza che non ci perderemo mai più e che avremo tutto il tempo del mondo per viverci e raccontarci. Non vedo l'ora di conoscere le mie nipoti e di vederle giocare con mio figlio”.
Nel rispetto dei tempi di ognuno, perché è tutto molto nuovo e delicato. Si tratta riconoscersi in un’altra identità, di riempire i vuoti, contare le assenze, le persone che non torneranno.
Basta un esame del Dna per recuperare tutto questo?
Per lo meno, offre una risposta. È un punto fermo che attrae e organizza i frammenti di un’esistenza. Dà senso alla sofferenza. E fa sapere, a chi deve riscrivere il copione della vita, che in tutti questi anni qualcuno lo ha cercato. Perché lo ama, senza averlo mai conosciuto. Ed è già tanto.