Giovedì scorso, Milena Mirabilio ha festeggiato il suo 101° compleanno circondata dall’affetto dei suoi cari, riuniti per celebrare una presenza che da oltre un secolo tiene insieme la storia della famiglia.
Per la famiglia Mirabilio, questo traguardo è stato l’occasione per fermarsi e riflettere: sulla guerra, la migrazione, la fatica quotidiana di costruire una vita da zero.
Milena Mirabilio, nata Santuccione nel 1924 in Abruzzo, in provincia di Pescara, è cresciuta in un’Italia segnata dalla Seconda Guerra Mondiale. Conobbe il marito Luigi nel 1943 e si sposarono nel 1945, in una piccola chiesa del paese, pochi giorni prima della fine del conflitto. Quando la guerra terminò, però, non c’era nulla da cui ripartire: il paese era distrutto, il lavoro inesistente, il cibo scarso. “Diceva sempre che non avevano niente - racconta la nipote Erica -. Nemmeno da mangiare”. Con due figli piccoli, la scelta di lasciare l’Italia fu una necessità.
Come accadde a molti migranti italiani, Luigi partì per l’Australia per primo, accettando qualsiasi lavoro fosse disponibile: idraulico, barbiere, operaio alla base navale. Nel 1960, Milena lo raggiunse con i figli, dopo un mese di viaggio in nave. Tutta la loro vita era racchiusa in un unico baule, che la famiglia conserva ancora oggi.
In Australia lavorò in una fabbrica di cucito a Flemington. Ma le difficoltà non erano solo economiche. Cambiava tutto: la lingua, la cultura, il cibo, il modo di vivere. “Diceva che perfino un limone non era lo stesso limone”, ricorda ancora Erica. La barriera linguistica rese l’integrazione lenta e faticosa, ma col tempo l’Australia divenne casa. Un paese che, come lei stessa ha sempre detto, le ha offerto una vita migliore di quella che aveva lasciato.Nel 1996, a settant’anni, perse il marito. Da allora ha vissuto oltre trent’anni senza di lui, ma mai da sola. La famiglia è sempre rimasta il centro della sua vita, e oggi tre generazioni crescono attorno alla sua presenza silenziosa ma costante.
Il suo carattere è il risultato diretto di ciò che ha attraversato. Profondamente religiosa, convinta che tutto sia “nelle mani di Dio”, è una donna che non spreca nulla e non si lamenta mai. Abituata a fare il massimo con il minimo, ha trasformato la privazione in una forma di forza. “È la persona più resiliente che conosca - dice Erica -. Non l’ho mai sentita lamentarsi”.
La famiglia, per lei, è una responsabilità quotidiana. Ricorda compleanni, appuntamenti, orari. A 101 anni aspetta ancora sulla porta per salutare chi esce di casa e fatica a dormire se non sa che tutti sono rientrati.
Le tradizioni italiane sopravvivono nei gesti più semplici: la cucina fatta in casa, l’orto pieno di pomodori, il cucito, il lavoro manuale. Non come folclore, ma come modo di stare al mondo. “Riporta tutto all’essenziale - osserva Erica - a ciò che conta davvero”.
Quando si prova a definire la sua eredità, la risposta non riguarda successi personali o risultati individuali. Riguarda ciò che ha costruito per gli altri. Una famiglia. Una continuità. Una possibilità.