Che la longevità sia una fortuna particolarmente diffusa nel Belpaese non è una novità. L’Italia, infatti, vanta – insieme a Giappone, Grecia e alla California – uno dei primati mondiali per numero di centenari, con una presenza sorprendentemente alta anche tra gli uomini. Alle spalle di queste vite straordinariamente lunghe si celano storie individuali che raccontano un Novecento dalle umili origini, fatto di duro lavoro, migrazioni e legami familiari. Una di queste è quella di Vincenzo Rizzo.

Classe 1926, nato a Bengasi quando la Libia era ancora sotto occupazione italiana, Vincenzo è testimone diretto di una stagione storica complessa. La sua famiglia, originaria di Trapani, si trasferisce nel Nord Africa quando l’Italia apre le province coloniali. Tre dei cinque fratelli vivono lì, mentre gli altri rimangono in Sicilia. La guerra, però, spezza quella stabilità apparente. Nel 1942, con l’arrivo degli Alleati, la famiglia Rizzo è costretta a fuggire in fretta e furia, “con addosso solo i vestiti che avevano”. Un aereo tedesco li porta in Sicilia, atterrando appena fuori Comiso, vicino a Ragusa. Un viaggio drammatico, segnato da un velivolo colpito e da una serie di eventi che, come ricorda il figlio Paul, rendono la sua salvezza quasi miracolosa.

Rientrati in Sicilia, Vincenzo inizia presto a lavorare. È il 1942 quando trova il suo primo impiego, e pochi anni dopo incontra Giuseppina Maru, la donna che sarebbe diventata sua moglie. Un “amore a prima vista”, come spiega il figlio, tanto da spingerli alla classica ‘fuitina’. Un’unione che inizialmente non gode di grandi pronostici, ma che si trasforma in un matrimonio durato 54 anni. “Hanno tutti dubitato – commenta Paul – invece hanno passato una vita intera insieme”.

Vincenzo lavorava in un’azienda meccanica, un impiego solido, “un buon lavoro”, che però non basta a placare il suo spirito inquieto. A spingerlo lontano non è la necessità economica, come accadde a molti suoi coetanei, ma il desiderio di scoprire il mondo. “Non una questione di povertà – spiega il figlio – ma il desiderio di vedere cosa c’era oltre”. Ai suoi amici dice semplicemente: “Andiamo a dare un’occhiata li giù”.

Secondo le consuetudini dell’epoca, parte prima lui. Arriva in Australia nel 1950; l’anno successivo lo raggiungono la moglie e il piccolo Paul. I primi tempi per Vincenzo sono duri. Dorme in una baracca di lamiere nel cortile di un amico e, la notte, il tetto improvvisato lascia spazio alle stelle. “Era dura, ma ce l’ha fatta”, racconta Paul. Trova lavoro rapidamente anche Down Under e diviene uno dei migliori meccanici alla Leyland Motors, allora colosso dell’industria automobilistica britannica in Australia. In seguito, apre una stazione di servizio, poi una sua officina, fino alla pensione. Una vita fatta di attività proprie, autonomia e radicamento.

Le difficoltà iniziali, soprattutto linguistiche, non mancano, insieme a qualche pregiudizio sociale, ma come dice lui “niente di troppo grave”. Nel giro di pochi anni la famiglia acquista casa ad Ascot Vale, uno dei quartieri dove si concentra la comunità italiana. Prima ancora vivono nella Lygon Street, sopra un fruttivendolo, nel cuore pulsante dell’emigrazione italiana a Melbourne.

Giuseppina muore nell’ottobre del 1998 e Vincenzo vive da solo per molti anni. Ha avuto due figli maschi, Paul e un fratello più giovane di 17 anni, e oggi è nonno e bisnonno, circondato da una famiglia numerosa di nipoti e pronipoti.

Vincenzo viene descritto come un grande lavoratore, molto sociale da giovane ma anche sorprendentemente autosufficiente. “Negli ultimi vent’anni – racconta il figlio, si trova sempre più a suo agio nella solitudine”. Guida fino a 98 anni e vive ancora da solo. I valori che lo hanno guidato per tutta la vita rimangono immutati: la famiglia come centro di tutto, il rispetto, e poi l’educazione. “Col senno di poi – riflette Paul – credo che abbia ottenuto esattamente le opportunità che sperava di dare alla sua famiglia”.

Nella sua longevità cibo e convivialità hanno il loro peso, insieme a un DNA favorevole e a una vita di lavoro fisico. Vincenzo è sempre esigente a tavola, amante delle cose fatte “come si deve”. Ma soprattutto è molto disciplinato: inizia la sua giornata con ben 20 flessioni. Oggi, a 100 anni compiuti lo scorso 3 febbraio, l’unico problema fisico è un ginocchio un po’ malandato.

Per il suo centesimo compleanno sono arrivati anche riconoscimenti ufficiali: una lettera di Re Carlo e della Regina Camilla, gli auguri del primo ministro australiano Anthony Albanese, della premier del Victoria Jacinta Allan. Cinque o sei lettere che suggellano una vita semplice, senza lusso né scorciatoie, fondata su lavoro, onestà e famiglia. Il suo motto? “Se una cosa bisogna farla, è inutile lamentarsi. La si fa, punto”. “Questo – conclude Paul – riassume la forte determinazione con la quale ha affrontato il secolo passato”.