BRUXELLES - Lo scontro tra Budapest e Kiev sull’oleodotto Druzhba non è più solo una disputa energetica, ma si è trasformato in un caso di sicurezza nazionale. L’espulsione dall’Ungheria di sette cittadini ucraini, arrestati ieri con l’accusa di riciclaggio, segna il punto di non ritorno in una crisi che vede contrapposti il diritto di veto europeo e la sopravvivenza economica di Kiev.
L’incidente che ha fatto precipitare la situazione riguarda il fermo di due veicoli blindati al confine. A bordo, sette impiegati della Cassa di Risparmio Statale dell’Ucraina stavano trasportando 40 milioni di dollari, 35 milioni di euro e nove chilogrammi di lingotti d’oro.
Mentre la banca ucraina sostiene che il denaro fosse stato regolarmente prelevato da un caveau dell’austriaca Raiffeisen per essere riportato in patria, Budapest ha una versione opposta: secondo le autorità ungheresi, l’operazione (supervisionata da un ex generale dei servizi segreti) era un tentativo di riciclaggio di Stato. Risultando nell’espulsione dei sette ucraini e il sequestro immediato dell’intero tesoro.
Il premier Viktor Orban, impegnato in una serrata campagna elettorale per il voto del 12 aprile, ha alzato i toni. In un’intervista radiofonica, ha avvertito che l’Ungheria ricorrerà a ogni strumento a sua disposizione, minacciando di bloccare “tutto ciò che passa attraverso l’Ungheria e che è importante per l’Ucraina”.
La ritorsione è la risposta al perdurare della chiusura dell’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo verso l’Ungheria e la Slovacchia. Kiev sostiene che l’infrastruttura sia stata danneggiata dai bombardamenti russi e che non tornerà operativa prima di un mese; Orban, invece, accusa Zelensky di sabotaggio deliberato per ritorsione politica.
La tensione è alimentata anche dalle recenti dichiarazioni del presidente Volodymyr Zelensky, il quale ha lanciato un avvertimento diretto al leader ungherese per il suo veto sul prestito UE da 90 miliardi di euro: “Speriamo che una sola persona non blocchi i fondi. Altrimenti daremo il suo indirizzo ai nostri ragazzi delle Forze Armate; che gli parlino nella loro lingua”.
Queste parole, condannate anche dall’opposizione interna ungherese, hanno spinto il Ministero degli Esteri ucraino a emettere un avviso di sicurezza per i propri cittadini, esortandoli a non recarsi in Ungheria per il rischio di “azioni arbitrarie e sequestri” da parte delle autorità magiare.