BUDAPEST - A tre settimane dalle elezioni legislative, l’Ungheria vive una frattura profonda. Le piazze rivali del 15 marzo a Budapest hanno cristallizzato lo scontro: da un lato il premier Viktor Orbán, in cerca dell’ennesima “vittoria storica” per blindare la sua democrazia illiberale; dall’altro Péter Magyar, leader di Tisza, che promette di scardinare un sistema accusato di corruzione e arroccamento.
Per la prima volta dal 2010, il dominio di Fidesz (Unione civica ungherese, il partito di Orbán, attualmente al governo) non appare più intoccabile.
Le rilevazioni indipendenti descrivono uno scenario senza precedenti: secondo i dati dell’11 marzo del 21 Research Centre, il partito di Magyar sarebbe in netto vantaggio con il 53% delle preferenze tra gli elettori decisi contro il 39% di Fidesz. Considerando il totale degli elettori, Tisza resta avanti con il 38% rispetto al 30% del partito di governo, una distanza che si traduce in una proiezione di 115 seggi per l’opposizione contro i 78 dell’esecutivo.
Tuttavia, il fronte governativo smentisce questi dati citando sondaggi interni che vedono una corsa alla pari, puntando sulla mobilitazione degli indecisi nelle ultime settimane.
Nonostante il vantaggio nei sondaggi nazionali, Magyar deve fare i conti con un’architettura elettorale da 199 seggi totali che risulta storicamente favorevole a chi vince sul territorio. Il sistema si basa su una formula mista che assegna 106 seggi nei collegi uninominali con il maggioritario secco e i restanti 93 tramite liste proporzionali, integrando un meccanismo compensativo che premia il vincitore trasferendo alla quota proporzionale sia i voti degli sconfitti sia quelli in eccesso dei vincitori nei collegi.
A questo si aggiunge il tema del gerrymandering (manipolazione dei collegi elettorali con il fine di favorire un candidato), con l’Osce che ha segnalato il ridisegno di 39 collegi nel 2024; in particolare, Budapest ha perso due seggi a favore della contea di Pest, una mossa interpretata come un tentativo di depotenziare la roccaforte dell’opposizione urbana.
Secondo lo studio dell’Osw Tisza avrebbe bisogno di un vantaggio nazionale di almeno 3 punti per ottenere una maggioranza parlamentare, mentre a Fidesz potrebbe bastare un pareggio o una lieve sconfitta nel voto popolare per restare al potere grazie alla sua forza capillare nelle aree rurali.
Orbán punta tutto sulla retorica della “pace”, accusando Magyar di voler trascinare l’Ungheria nel conflitto ucraino per conto di Bruxelles. Tuttavia, il premier deve affrontare critiche pesanti sulla gestione economica a causa di tre anni di crescita piatta con un deficit al 5% e di un’inflazione che ha portato a un costante aumento del costo della vita. A questo quadro di stagnazione si aggiunge il fallimento parziale degli investimenti industriali nel settore delle batterie, su cui il governo aveva puntato per il rilancio del Paese.
Magyar risponde proponendosi come una destra europeista: promette lo sblocco dei fondi Ue, investimenti in sanità e trasporti, e un riallineamento con la Nato, pur mantenendo una cauta distanza dall’adesione accelerata di Kiev all’Unione.
Le elezioni del 12 aprile non sono solo un affare interno. Una vittoria di Orbán confermerebbe l’Ungheria come il principale fattore di veto in Europa (come dimostrato dall’attuale blocco del prestito da 90 miliardi per l’Ucraina). Al contrario, un successo di Tisza segnerebbe l’inizio di una transizione complessa, dovendo Magyar misurarsi con istituzioni e centri di potere plasmati in quindici anni di egemonia orbaniana.