BRUXELLES – La guerra in Iran rischia di far deflagrare gli equilibri di potere ai vertici delle istituzioni europee, alle prese con due conflitti alle porte e con il Golfo in fiamme. D’altra parte i 27, quando si tratta di Medio Oriente, Israele o Gaza, sono divisi e lo sono da tempo. La novità, però, è che le tensioni politiche si stanno riversando mai come ora sulle persone.

Ursula von der Leyen, tanto per essere chiari, è sulla graticola: la politica estera, è la tesi sbandierata apertamente dalla Francia, non le compete e tutte queste prese di posizione - ammiccanti a Trump - iniziano a suscitare perplessità. Soprattutto a chi chiede più spina dorsale.

Primo segnale. Il (socialista) presidente del Consiglio europeo, António Costa, parlando a porte chiuse con gli ambasciatori europei, riuniti a Bruxelles per l’annuale conferenza, ha detto che nello “strano mondo di oggi”, quando si verifica “una violazione del diritto internazionale”, l’Europa “non può sostenerla” perché altrimenti si rischia di essere visti nel mondo come chi agisce secondo “due pesi e due misure” (in inglese doppio standard).

Anche perché “la libertà e i diritti umani non possono essere conquistati con le bombe, solo il diritto internazionale li tutela”. La stoccata colpisce sia von der Leyen, che proprio davanti agli ambasciatori aveva dichiarato che l’Ue non può essere “la custode del vecchio ordine mondiale, che se n’è andato e non tornerà”, sia quei leader, come il cancelliere Friedrich Merz (guarda caso anche lui tedesco), restii a definire illegale l’attacco israelo-americano all’Iran. Non solo. Costa ha picconato von der Leyen&Co pure sul Board of Peace.

“Quando qualcuno cerca di sostituire le Nazioni Unite, non possiamo partecipare, neanche come osservatori”, ha sottolineato suscitando un lungo applauso tra le feluche blustellate. E qui ci leghiamo al peccato originale.

Secondo segnale. Parigi, fin da subito, ha sollevato il caso della partecipazione motu proprio della Commissione alla riunione del Board of Peace: non aveva il mandato dei 27 per farlo. Nessuno si aspetta - né desidera - che von der Leyen taccia sulle questioni di rilevanza globale ma ci sono dei limiti, tant’è vero che il ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot, sempre parlando agli ambasciatori, è stato nettissimo. “La Commissione - ha stigmatizzato - deve impegnarsi a rispettare nel modo più rigoroso la sussidiarietà e lo spirito dei trattati: da questo punto di vista, l’articolo 18 è chiaro, è l’Alto rappresentante che conduce la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione”.

Dunque abbiamo, da un lato, una filiera politica (i socialisti, capitanati da Pedro Sánchez) critica nei confronti degli Usa a trazione Maga, e dall’altro un rassemblement di Paesi, guidati dalla Francia (benché Emmanuel Macron tutto sia tranne socialista), favorevoli a un po’ più di orgoglio europeo.

Si tratta di un dibattito che va avanti da tempo e affiora in molteplici dossier, come il green deal, la difesa, i dazi (e quale risposta adottare), per citarne solo alcuni.