WASHINGTON - La tensione tra Washington e Teheran ha raggiunto il punto di rottura. Donald Trump ha avvertito che gli Stati Uniti intraprenderanno “un’azione molto forte” e “misure severissime”, qualora le autorità iraniane dovessero procedere con le esecuzioni dei manifestanti.  

In un’intervista alla Cbs News, Trump ha ribadito che “l’aiuto è in arrivo” per i patrioti iraniani, esortandoli a prendere il controllo delle istituzioni e a documentare i nomi dei responsabili delle violenze, assicurando che “pagheranno un prezzo elevato”. 

La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Il ministro della Difesa, il generale Aziz Nasirzadeh, ha dichiarato che ogni offensiva statunitense sul suolo iraniano riceverà una risposta “dolorosa”. Nasirzadeh ha avvertito che le basi statunitensi nella regione - incluse quelle in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Turchia - saranno considerate “obiettivi legittimi” se verranno utilizzate per assistere un attacco contro l’Iran.  

La missione iraniana all’Onu ha rincarato la dose, definendo gli avvertimenti di Trump un “pretesto per un intervento militare”, volto al cambio di regime. 

Mentre la diplomazia cede il passo alle minacce, il bilancio delle vittime della repressione assume contorni drammatici, seppur incerti a causa del blocco di internet. 

Secondo fonti interne citate dalla Cbs e dal media Iran International, i morti sarebbero tra i 12.000 e i 20.000, concentrati soprattutto nel massacro delle notti dell’8 e 9 gennaio. Teheran ammette circa 2.000-3.000 decessi, includendo però centinaia di membri delle forze di sicurezza e attribuendo le colpe ad “azione di terroristi”. L’agenzia Hrana monitora oltre 2.550 morti e 18.100 arresti, tra cui dodici minorenni e civili estranei alle proteste. 

Oggi, sotto stretta sorveglianza presso l’Università di Teheran, è previsto un funerale di massa per 300 agenti della sicurezza e civili fedeli al governo rimasti uccisi negli scontri. 

Il simbolo di questa escalation è il volto di Erfan Soltani, un ragazzo di 26 anni la cui impiccagione è prevista proprio per oggi. Arrestato l’8 gennaio a Fardis, Soltani è stato condannato a morte per “moharebeh” (guerra a Dio), in un processo lampo durato appena due giorni. La famiglia è stata informata dell’imminente esecuzione e di un possibile ultimo incontro, ma nelle ultime ore i contatti sono stati interrotti.  

Il capo della magistratura, Ejei, ha promesso processi “rapidi” per tutti i rivoltosi, giustificando la celerità con la necessità di punire chi ha commesso atti di violenza contro le forze dell’ordine. 

In questo clima di pre-guerra civile, è intervenuto anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià di Persia. Da Mar-a-Lago, Pahlavi ha lanciato un appello diretto all’esercito iraniano affinché smetta di proteggere il regime e si schieri con i cittadini: “Siete l’esercito nazionale, non quello del regime. Unitevi ai vostri compatrioti il prima possibile”. Pahlavi ha citato proprio il sostegno di Trump come prova che il cambiamento è ormai sostenuto dalla comunità internazionale.