CARACAS – I rapporti tra la Chiesa cattolica e il regime venezuelano sono sempre stati complessi e segnati da forti tensioni, ma non si sono mai interrotti del tutto. Una scelta dettata anche dalla necessità di mantenere aperti canali di dialogo utili ad affrontare questioni delicate, prima fra tutte quella dei prigionieri politici.
È su questo terreno che, anche in queste ore, si muove una fitta e silenziosa attività diplomatica, nella speranza di arrivare alla liberazione degli stranieri detenuti senza motivo nelle carceri del Paese, tra cui il cooperante italiano Alberto Trentini.
Le trattative, condotte con estrema discrezione dalla Chiesa di Caracas guidata dall’arcivescovo Raúl Biord Castillo, si sviluppano su più livelli e su più tavoli, anche perché - secondo fonti ecclesiastiche - la gestione dei prigionieri da parte delle autorità venezuelane non sarebbe centralizzata bensì frammentata tra diversi centri di potere e gruppi di influenza.
Un’occasione che molti ritenevano favorevole è sfumata lo scorso ottobre, in concomitanza con la canonizzazione dei primi due santi del Venezuela, José Gregorio Hernández e Maria Carmen Rendiles Martínez. In molti avevano sperato in un gesto di clemenza da parte di Nicolás Maduro, che aveva lungamente atteso quel momento.
Nei giorni della canonizzazione, a Roma, da un lato si tenevano manifestazioni degli oppositori del regime, con in primo piano proprio la foto di Trentini, dall’altro incontri accademici e istituzionali più riservati, che hanno comunque offerto spazi di contatto tra rappresentanti della Chiesa e del governo bolivariano.
In Vaticano, sulla vicenda, domina il massimo riserbo. È però noto il peso di alcune figure chiave: il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, è stato per anni nunzio apostolico a Caracas, mentre il sostituto per gli Affari generali, monsignor Edgar Peña Parra, è venezuelano e ricopre un ruolo centrale nella macchina diplomatica della Santa Sede.
Accanto alla diplomazia vaticana operano anche realtà del mondo cattolico impegnate sul camoo, come la Comunità di Sant’Egidio e la Caritas.
Proprio Sant’Egidio ha espresso in queste ore “grande soddisfazione” per la liberazione di Biagio Pilieri, cittadino italo-venezuelano di origini ragusane, detenuto da mesi. “Da alcuni mesi la famiglia del sessantenne si era rivolta a Sant’Egidio per favorire la sua scarcerazione”, ha fatto sapere la Comunità, senza però fare riferimenti diretti al caso Trentini, nel solco di quel riserbo condiviso da molti interlocutori coinvolti, timorosi che una eccessiva esposizione pubblica possa complicare il negoziato.
Pochi giorni fa, parlando in Vaticano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano aveva ribadito che “il governo ha lavorato fin dal primo giorno per la sua liberazione e continua a lavorare”, aggiungendo però che “ogni parola in più può solo danneggiare la celere soluzione della vicenda”.
Il quadro resta comunque quello di un rapporto non troppo amichevole tra il regime venezuelano e la Chiesa: solo a inizio dicembre - quando Maduro era ancora alla guida del Paese - le autorità di Caracas avevano impedito al cardinale Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo emerito della capitale, di lasciare il Venezuela, confiscandogli il passaporto nazionale e vietandogli l’uso di quello diplomatico vaticano.
Un episodio che conferma come, nonostante i canali aperti, il confronto tra Chiesa e potere politico resti segnato da diffidenza e tensioni profonde.